Privacy Policy ABORIGENI




ABORIGENI AUSTRALIANI

"….che Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare
e la saggezza di distinguere tra le une e le altre." (preghiera degli Aborigeni Australiani).



Gli Aborigeni raggiunsero l’Australia circa 45.000 anni fa.
Questo è stato accertato con la tecnica del carbon dating delle pitture rupestri.
Quando nel 1770 il navigatore inglese Giacomo Cook sbarcò sulla costa orientale,
il loro numero era di 200.000, esistevano 250 clan che parlavano oltre 600 dialetti diversi,
ma legati tra loro in un intreccio territoriale e spirituale.
Oggi sono solo 50.000 e molti di loro, vivono nelle riserve delle regioni steppose centrali.
La cultura del popolo aborigeno è la più antica del mondo,
più antica di quella assiro babilonese o di quella egizia.



Secondo le teorie più accreditate essa risale a più di 40.000 anni fa
quando i primi uomini, provenienti dall’estremo Sud dell’Asia,
migrarono verso quell’immensa terra.
Secondo altri studi l’esodo di quei popoli si farebbe risalire addirittura
intorno a 50.000 anni fa ma c’è chi dice che forse il tempo
fosse ancora più remoto, addirittura 60.000 anni.



Come gli Indiani del Nord America, non sono un popolo unico ma sono divisi
in varie tribù alcune delle quali sono le più antiche della Terra.
Dispersi su un territorio vastissimo ed in larga parte desertico,
da migliaia di anni, vivono una vita molto primitiva che non conosce
la ruota, né animali per il trasporto.
Giunsero dall’ Asia  passando da un’isola all’altra e sbarcarono sulla costa settentrionale.
Tipicamente nomadi, cacciatori-raccoglitori, gli Aborigeni
non posseggono villaggi né vere capanne.
Le loro abitazioni chiamate wurlies o gunyash, sono ripari provvisori
contro il vento, fatti con frasche e corteccia
oppure delle rozze capanne a cupola coperte di corteccia.
Questo perché le capanne vengono usate solo durante il periodo delle piogge,



Per il resto del tempo vivono all’ aperto dietro a paraventi.





L’Australiano ignora molti aspetti nel campo tecnologico, come la lavorazione del suolo
l’ estrazione e l’uso dei metalli, l’arte del vasaio e persino l’arco e le frecce.
Cacciatori e raccoglitori della steppa, pescatori e raccoglitori della costa
si rivelano indifferenti a qualsiasi forma (anche primitiva) di coltivazione del terreno.
L’attività principale è la ricerca di cibo.
La loro vita è basata sulla raccolta dei prodotti spontanei del suolo e del mare,
sulla caccia e sulla pesca.
Le donne, accompagnate dai ragazzi, raccolgono frutta, radici e catturano piccoli animali,
quali serpenti, lucertole, insetti, larve.
Usano bastoni appuntiti per dissotterrare bulbi e radici, oppure snidano dalle tane piccoli animali.
Gli uomini catturano la selvaggina con l’aiuto del dingo (una specie di cane)
che è l’unico animale domestico conosciuto dagli Aborigeni.



Cacciano l’opossum, il canguro, e molte specie d’uccelli.
Nei fiumi costruiscono degli sbarramenti con dei rami per catturare pesci.
Quando un cacciatore scopre delle orme fresche le insegue per giorni interi finché non avvista l'animale.
Dalla selce o da altra pietra essi ricavano alcuni attrezzi necessari alla loro vita:
l’ accetta rozzamente scheggiata per incidere tacche sugli alberi da scalare,
per spaccare i tronchi in cui si nascondono gli alveari delle api selvatiche
o per staccare la corteccia dagli alberi, allo scopo di utilizzarla nella confezione dei canotti;
l’ ascia levigata per scavare recipienti di legno o per scolpire gli scudi,
macine e pestelli per frantumare i semi commestibili; raschiatoi, martelli
e perfino trapani e seghe.
Con le ossa dell’ emù e del canguro gli aborigeni fanno lesine ed aghi per perforare
e cucire le pelli e i fogli di scorza di albero.
Le conchiglie, levigate ed affilate servono a fabbricare imprevedibili asce,
ami da pesca, cucchiai, coltelli.
Le pelli vengono sfruttate come otri per contenere e trasportare l’acqua
in mancanza di terra cotta e di metalli;
erbe e giunchi servono per intrecciare un ricco assortimento di borse,
sacchi e panieri di svariate forme; peli e tendini di animali selvatici
e persino capelli umani vengono adoperati per costruire funicelle e corde.
Dove esistono laghi e corsi d'acqua navigabili, gli aborigeni costruiscono barche
dai 3 ai 6 metri, ricavate da un unico pezzo di corteccia,
strappato da un grande albero (un eucalipto) e sagomato,
mediante l'azione del fuoco, a forma di scafo.



La maggior parte delle armi è di legno; le lance e i giavellotti
portano una punta di pietra. Talvolta, sulla punta, vengono fissate
con la resina delle schegge di quarzo e di altre pietre.
L’arma più usata dagli Aborigeni è il boomerang.



Si tratta di un’asticella piatta di legno duro di eucalipto o di acacia lunga al massimo un metro.
piegata ad angolo in modo di formare due bracci o pale
leggermente curvati a spirale come nell’elica.
Si può notare che una delle pale è piatta e l’ altra è leggermente arrotondata.
Questa formidabile arma una volta lanciata descrive in aria uno o più cerchi
e poi ricade vicino al lanciatore. Vengono fatti dei lanci sino a 200 m.
Durante la sua corsa velocissima le pale ruotano come un’elica in movimento
e la sua forza d’urto è veramente poderosa; se non colpisce nulla atterra
ai piedi del lanciatore con tale forza che le punte delle pale entrano nel terreno per 15 cm.
In questo modo, se la mira non è stata precisa, l’arma rientra subito in possesso del lanciatore;
quando, però, il boomerang colpisce il bersaglio, non torna al lanciatore ma cade a terra.
Fu il Capitano Cook, nel 1770, ad assegnare a questo strumento il nome di boomerang,
mutuandolo dal dialetto della tribù locale Turaval, che lo chiamava "bu-mar-rang."
Una parte degli aborigeni dell’Australia continentale usava il propulsore, un lancia-dardi chiamato wommera.



La sua funzione era di accrescere la distanza del lancio del giavellotto.
Il propulsore è un pezzo di legno di lunghezza variabile.
Ad un’estremità presenta un manico e dall’altra, o un uncino o uno scavo,
destinati a connettersi con l’estremità del giavellotto.
Le popolazioni che non dispongono di legno nel loro ambiente naturale
usano propulsori in osso.



Gli Aborigeni vivono in gruppi tribali.
Il loro nomadismo è circoscritto al solo vasto territorio attribuito alla tribù.
Questo territorio costituisce propriamente la patria e anche la casa dell'aborigeno:
al di qua tutto, per lui, è conosciuto e familiare, al di là tutto è misterioso e infido
Entro il suo territorio il nomade impara a conoscere quali luoghi sono praticati
di preferenza dai marsupiali, dagli uccelli o dalle grosse lucertole che egli caccia
e di cui si nutre insieme alla sua famigliola.
Impara inoltre a conoscere l'esatta posizione degli stagni o dei corsi d'acqua a cui dissetarsi.
Nei territori aridi sanno anche dove si trovano i corsi di acqua sotterranei;
ed in questi punti, separati tra loro da un giorno di cammino, scavavano pozzi poco profondi.
Nel nord, gli aborigeni spillavano acqua dai fusti bulbosi degli alberi e
la succhiavano dalle radici con speciali cannucce munite di filtro.
Quasi tutte le popolazioni indigene hanno forti legami con la terra e il passato;
per gli aborigeni dell'Australia la terra è determinante in ogni azione,
il passato influenza la vita quotidiana e le complesse strutture familiari
sono alla base di ogni relazione sociale.
Forti erano però anche gli elementi unitari:
la mancanza di invasioni prima del 1788 portò al consolidarsi di un forte senso di parentela
tra gli aborigeni, al quale contribuivano anche i grandi raduni cerimoniali
che avevano luogo in tutta l'Australia.
Questi raduni, accompagnati da musica e danze, consentirono;alla maggioranza degli aborigeni
di essere multilingue e sono una tradizione tuttora viva.
Gli aborigeni indossano in occasione di feste e cerimonie, durante le danze,
favolosi copricapo rituali e si tingono il corpo con disegni multicolori di singolare bellezza.



Con le ossa dell'emù e del canguro costruiscono dei punteruoli per perforarsi il setto nasale
e infilare poi nel foro asticciole d'osso e penne dai colori brillanti a scopo ornamentale.
Sul corpo vengono praticati tagli da cui derivano le grandi cicatrici ornamentali in rilievo.



Con le cerimonie di iniziazione, gli adolescenti vengono sottoposti a prove di resistenza e di dolore.
attraverso danze mascherate e riti drammatici vengono istruiti sul mondo e sulla vita.
Essi imparano a scoprire il legame che li unisce ai propri simili e al creato,
a conoscere il proprio posto nella società e nell'universo, a capire il senso dell'esistenza.
Per lungo tempo l'arte aborigena ha conservato una natura prevalentemente rituale
e si è espressa attraverso la decorazione del corpo, le iscrizioni rupestri e i dipinti su corteccia.





Molte opere aborigene narrano le leggende di Tyukurpa, che vuol dire all'incirca
"antica età del sogno" e indica l'era della creazione della terra e della vita.
Analogamente, la creazione artistica è stata a lungo intesa come il prodotto di uno stato onirico;
i manufatti artistici vengono infatti tuttora chiamati "sogni".
La pittura del corpo, l'ornamento personale, la scultura delle rocce,
la pittura della corteccia, la scultura del legno, la pittura
e l'incisione della roccia tracciano il senso della terra e degli uomini



Trasmettere il patrimonio artistico, le musiche, le canzoni e le danze rituali
significa trasmettere la conoscenza e il rapporto con gli antenati.
E' una importante responsabilità che ogni generazione deve assumere
per non interrompere lo scorrere del Tempo-del-Sogno e della vita sulla terra.
Tjukurpa - Djugur - Altyerre - Alcheringa - Altjira - Wongar
sono soltanto alcuni dei numerosi termini usati dalle altrettanto numerose tribù
per indicare il medesimo dogma: “Tempo del Sogno”, l’era mitica della Creazione,
il principio fondamentale di tutto.
I canti durante le cerimonie sono costantemente accompagnati dall'ipnotico suono dei didgeridoo
(l'antico strumento a fiato degli Aborigeni australiani ) e dal ritmico battito delle bacchette.




È originario dei territori del Nord dell'Australia, luogo ricco di termitai ed è
lo strumento sacro degli australiani aborigeni.
Si pensa abbia circa 2.000 anni, visto che esistono dei graffiti di tale età che lo raffigurano,
ma potrebbe essere anche più antico. I didgeridoo tradizionali sono in eucalipto decorati
con motivi totemici aborigeni, anche se oggi si trovano strumenti di diversi materiali
Il nome "didgeridoo" è un'interpretazione onomatopeica data dai colonizzatori inglesi
che, sbarcati sul nuovo continente, sentirono il suono ritmato "did-ge-ridoo"
provenire da dei rami di eucalipto cavi suonati dagli aborigeni.
Lo strumento è originario della Terra di Arnhem e viene chiamato
in almeno cinquanta modi diversi a seconda del luogo e delle etnie:
djalupu, djubini, ganbag, gamalag, maluk, a yidaki, yirago, yiraki, yigi yigi.
Le dimensioni del didgeridoo possono variare da una lunghezza di meno di un metro a 4 metri,
con un diametro interno che va da un minimo di 3 centimetri (all'imboccatura)
fino a 30 cm o più (nella parte finale).



Per suonare il didgeridoo si utilizza la tecnica del soffio continuo.
Tale tecnica permette al suonatore di prendere aria dal naso mentre espira
quella contenuta nella bocca generando un suono continuo.
Il suono che produce questo strumento è profondo e ipnotico.
La musica e le danze riportano gli avvenimenti della creazione e la potenza del sogno nel presente. Questo dà agli uomini la forza di sostenere l'esistenza
e di protrarre la vita nel futuro.
Gli Aborigeni australiani, come altri popoli dell’Oceania,
possiedono soltanto una conoscenza di carattere mitico delle loro antichissime origini
e nulla di quanto hanno appreso nel tempo proviene da parole scritte
ma solo da testimonianze orali tramandate con i canti e le pitture rupestri.
Queste storie, che si perdono nella notte dei tempi, raccontano
che al Principio sull’intero mondo non c’era vita ma il Nulla;
tutto era un’immensa e sterile pianura buia e senza confini.
Un bel giorno, però, iniziò il lungo Sogno.
In quel bel giorno un raggio di sole illuminò quella pianura infinita.
La terra cominciò a tremare, a sussultare, a ingobbirsi
e infine ad aprirsi in squarci sparsi qua e là.
Fu da quelle aperture che uscirono Loro.
Loro erano le “creature sognanti” i capostipiti di tutti gli uomini e le donne
e di tutte le specie animali e vegetali che avrebbero in seguito popolato il mondo.
Molti di essi erano esseri giganteschi, altri avevano dimensioni più ridotte.
Avevano caratteristiche umane ma nello stesso tempo
similitudini con varie specie animali >e vegetali
oppure con fenomeni naturali come il vento o il fuoco,
simbolo di purificazione e di rinnovamento della Natura.
Da essi nacque, come detto, la vita delle varie specie
ma prima di tutto andava forgiata la dimora che avrebbe accolto quelle vite future.
Fu dalle diverse azioni che compirono - Tjukuritja nella lingua di Kooky -
che si delinearono i contorni di quella immensa dimora:
i paesaggi e le molteplici manifestazioni naturali in essi presenti
Mentre vagavano da un territorio all’altro quelle creature ancestrali “crearono” l’ambiente
accompagnando ogni loro gesto con dei canti che avrebbero dato
ai loro discendenti gli insegnamenti da seguire nei tempi a venire,
le regole per vivere fra le meraviglie che essi stavano plasmando per loro.
Essi, quindi, scrissero nel territorio le loro leggi
imprimendo in esso gli effetti delle loro azioni:
un lago dove avevano scavato per trovare l’acqua,
una spaccatura dove qualcuno di loro aveva scagliato una lancia combattendo o cacciando, e così via.
La loro permanenza sulla terra fu costellata da miriadi di avventure
che dettero vita a tante leggende, leggende che sono tuttora fatte rivivere
dai loro discendenti attraverso i vari rituali e le pitture.
Nel loro girovagare quegli esseri mitologici tracciarono quindi dei percorsi
cantando il nome di ogni cosa che incontravano,
la terra non sarebbe mai stata quella che è adesso senza quei canti!
I componenti dei vari clan (gruppi familiari) delle tribù aborigene
sono considerati quindi i diretti discendenti di quegli avi.
Come tali sono suddivisi a seconda dell’essere totemico a cui appartengono:
dall’Antenato Coccodrillo provengono i clan degli “Uomini Coccodrillo”;
dall’Antenato Formica provengono i clan degli “Uomini Formica”;
dall’Antenato Emù provengono i clan degli “Uomini Emù”
e così via… tutti figli di quelle antiche Entità iniziatrici del mondo.
Un giorno la loro opera di creazione terminò;
molti tornarono nuovamente nelle viscere della terra da cui erano venuti
mentre altri rimasero dov’erano pietrificandosi,
lasciando che le molecole che formavano i loro corpi si fondessero con l’ambiente circostante.
Secondo alcuni miti ci fu anche chi salì sopra, oltre le nuvole, fino a raggiungere le stelle.
Ogni clan ha la sua leggenda, ogni clan ha il suo ciclo di canti,
ogni clan ha il suo proprio sito sacro, cioè il luogo in cui il rispettivo progenitore
compì qualcosa di memorabile ed eroico e lasciò le sue “cellule vitali”
che generarono i discendenti.
Ogni clan ha dunque il suo Sogno.
Un Sogno da celebrare periodicamente attraverso riti ripetuti da millenni,
alcuni di essi così segreti da essere destinati ai soli iniziati,
che debbono continuare ad essere rispettati con le stesse identiche regole
e gli stessi principi, perché il loro scopo è quello di preservare nel tempo,
e quindi garantire, l’ordine creato da quegli antichi demiurghi
rinnovando il legame con essi e con la terra da essi cantata
in una continuità senza fine affinché l’eterna ruota della vita
non smetta mai di girare.
Uno dei miti astronomici dell'Australia del nord descrive come Wuriupranili,
la Donna-Sole e Japara, l'Uomo-Luna viaggiano, in differenti ore,attraverso il cielo.
Ognuno di loro ha una torcia di corteccia d'albero, ma quando raggiungono l'orizzonte occidentale,
spengono la fiamma e utilizzano le ceneri accese della parte finale della torcia
per illuminare la loro strada di ritorno verso oriente attraverso l'oscurità del mondo sotterraneo.
Ogni mattina, il fuoco acceso dalla Donna-Sole per preparare la sua torcia di corteccia
causa la prima luce dell'alba.
Le nuvole dell'aurora sono arrossate dalla polvere ocra che lei usa per decorate il suo corpo.
Ed è allora che arriva il soffice, melodioso richiamo di Tukumbini, il Mangiatore-di-Miele
il quale sveglia gli aborigeni ai doveri quotidiani.
Al tramonto,Wuriupranili raggiunge l'orizzonte occidentale.
Ma prima di tornare, attraverso un passaggio sotterraneo al suo accampamento nell'est,
si decora con ocra rossa che causa il colore brillante del tramonto.



La geologia considera le bizzarre forme rocciose che ovunque si possono osservare
sulla terra come frutto dell’azione erosiva degli agenti atmosferici
ma non è così per gli Aborigeni;essi considerano quelle manifestazioni naturali
come testimonianze tangibili del passaggio di quegli esseri ancestrali.
Ciò che viene comunemente definita “struttura di un territorio”
si può perciò guardare come una grande mappa sulla quale sono immortalati
i percorsi e le azioni di quelle epiche creature.
Anche un singolo sasso, allora, può avere una storia da raccontare;
anche un singolo sasso è dunque parte vitale, seppur immobile, del corpo e dell’anima di quegli uomini
ai quali appartiene la terra dove esso è posto.
Ayers Rock, chiamato Uluru dagli indigeni, è un grande masso monolitico
conficcato nel centro dell'Australia o meglio Uluru, è il loro santuario,
un’entità vivente, un luogo sacro, provvisto di caverne,
che migliaia di anni fa, sono state decorate con suggestivi graffiti.





Qualche occidentale si è cimentato nella scalata, ma gli aborigeni hanno sempre visto
queste escursioni sportive come una “violazione” ed ora grandi cartelli
ai piedi della roccia pregano vivamente di rispettare il sito sacro
Ferire la terra è ferire te stesso, e se altri feriscono la terra, feriscono te.
Il paese deve rimanere intatto, com'era al Tempo del Sogno,
quando gli antenati col loro canto crearono il mondo.
Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo leggero;
meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle...."



Oggi, più della metà degli Aborigeni risiede nelle città, spesso condizioni terribili
nelle periferie più degradate.
Molti lavorano come braccianti in quelle stesse fattorie che hanno occupato le loro terre ancestrali
ma altri, soprattutto nella parte settentrionale del continente,
rimangono radicati nelle loro terre e vivono ancora di caccia e raccolta..
Gli Aborigeni sono stati derubati delle loro terre sin dai primi anni della colonizzazione britannica.
Il principio giuridico che regolava la questione indigena nella legislazione inglese e, pertanto,
anche in quella australiana, era quello della "terra nullius":
>un principio che definiva la terra australiana prima dell’arrivo dei Britannici come una terra vuota,
una terra di nessuno che, pertanto, poteva essere legittimamente occupata dai coloni.
Il principio è rimasto legalmente in vigore fino al 1992 e, oggi, gli Aborigeni stanno ancora aspettando
la restituzione della maggior parte delle loro terre.
Il furto e la distruzione dei territori ancestrali hanno avuto su di loro un impatto
sociale e fisico devastante. Le prime invasioni portarono con sé epidemie che sterminarono
migliaia di Aborigeni, mentre molti altri furono massacrati per mano dei coloni.
Nell’arco di un solo secolo dall’arrivo dei colonizzatori, la popolazione aborigena si ridusse
da un numero presunto di almeno un milione di persone a soli 60.000 individui.
Nel corso del ventesimo secolo, allo sterminio diretto si è sostituita una politica brutale,
volta a togliere i bambini aborigeni ai loro genitori, per affidarli alle famiglie dei bianchi
o ai collegi dei missionari, con l’obiettivo di sradicare
ogni traccia della loro cultura e della loro lingua.
La "generazione rubata", così come gli Aborigeni stessi la definiscono,
rimane una ferita aperta nel cuore di tutto il popolo aborigeno.
Gli Aborigeni sono ancora oggi oggetto di razzismo e violenze, e molti di loro vivono in condizioni disumane.
Di conseguenza, soffrono un tasso di suicidi e mortalità infantile molto superiori
a quelli del resto della popolazione, e hanno un’aspettativa di vita molto più bassa;
inoltre, il numero degli Aborigeni in carcere è altissimo.
Nonostante l’abolizione del principio razzista della "terra nullius" avvenuta nel 1992,
il governo australiano continua a fare di tutto per ostacolare le rivendicazioni territoriali degli Aborigeni.
Ciò nonostante, alcune tribù come quella dei Martu dell’Australia occidentale,
sono finalmente riuscite a farsi riconoscere i diritti di proprietà sulle loro terre.
http://www.survival.it/popoli/aborigeni

LEGGENDE

La donna cannibale
La protagonista è Prupe, una vecchia cieca che viveva in solitudine
nei pressi di un villaggio ed era diventata una cannibale
che prediligeva i corpicini dei bambini.
Non molto distante dalla cannibale viveva sua sorella Koromarange,
che era a conoscenza del terribile segreto della cieca e nonostante questo
un giorno portò una sua nipote nell'accampamento.
Purtroppo la cieca, grazie al suo sesto senso, si accorse della deliziosa nuova presenza
e premeditò di rapirla in assenza della sorella anche perché era convinta
di poter riacquistare la vista dopo aver preso gli occhi della piccina.
La sorella della cannibale intuì quello che stava accadendo
e preparò una trappola mortale per la cieca scavando un profondo buco
nel terreno in fondo al quale collocò pali appuntiti.
La cieca cadde nella trappola e restò infilzata sui pali.
Ancora oggi, chi si avvicina all'accampamento di Prupe
rintraccia facilmente una grande fossa circondata da una vegetazione bruciata
che attesta la triste fine della cannibale.

L'arrivo della morte
Questa leggenda narra che il Dio del cielo Baiame creò il primo uomo in Australia
e lo chiamò Ber-rook-boorn, a cui diede una moglie.
Successivamente impose un suo segno sacro su un grande albero di eucalipto (yarran)
che cresceva nei pressi di un alveare.
Baiame pose il divieto agli umani di toccare l'albero sacro,
le api e il loro miele. E per un certo periodo il primo uomo e la prima donna terrestri
rispettarono le consegne.
Venne, però, il giorno in cui la donna, trovandosi nelle vicinanze dell'albero
non seppe resistere alla tentazione di procurarsi della legna e di assaggiare il miele.
Ma facendo così liberò Narahdarn, il pipistrello custode dell'albero,
che da quel giorno divenne il simbolo della morte che ha colpito tutti i discendenti del primo uomo.
E questo accadimento pose fine all'età dell'oro degli aborigeni

Come fu che il koala perse la coda
La leggenda narra le vicende di un koala e di un canguro durante un periodo di tremenda siccità.
Mentre il koala si mostrava pigro e indifferente, il canguro era propositivo ed attivo
nel ricercare possibili fonti sotterranee di acqua, pozzi e sorgenti.
Tutto il pesante lavoro di scavi venne sobbarcato sulle spalle del canguro
che seppur stremato continuò a trovare l' acqua in fondo ad un pozzo.
A quel punto il koala lo colpì duramente e approfittò del lungo lavoro altrui per dissetarsi.
Il canguro, però meditò la vendetta e tagliò con un coltello la coda del koala
che da allora ne è sprovvisto.

VIDEO




Le immagini e le notizie sono prese dal web
il copyright è dei rispettivi autori