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BOSCIMANI

Gli uomini del Kalahari



I Boscimani, (dall’olandese Bush men – uomini della boscaglia)
sono una popolazione africana nomade che un tempo era stanziata in tutta
l’Africa meridionale e ora vive nel deserto del Kalahari.



Essi rappresentano un gruppo molto importante sia dal punto di vista etnico che antropologico.
Numerosi aspetti della loro cultura (graffiti, pitture rupestri ecc),
li riallacciano agli uomini del paleolitico superiore.



Piccoli di statura ( I.38 cm le donne e 1.60 gli uomini) hanno la pelle giallastra
molto chiara cosparsa da infinite rughe,
Hanno i capelli neri, crespi e cortissimi, gli occhi alla mongola e le orecchie piccole e senza lobo.
Si dividono in gruppi di trenta o quaranta persone.
Gli uomini sono magri e le donne sono grasse con sopracciglia folte,
zigomi alti e grandi seni, colorito bruno,
Sono quasi sempre completamente nude salvo dei perizomi di pelle morbida.



Vivono come vivevano i loro antenati circa 10.000 anni fa,
alla giornata, di caccia e di raccolta di erbe.



I primi Boscimani, chiamati anche “San”, provenendo dal nord,
si stanziarono nel Sud Africa probabilmente nel neolitico.
Successivamente furono costretti prima dagli Ottentotti e poi dai Bantu,
a rifugiarsi nel deserto del Kalahari, un ambiente desolato ed ostile, poverissimo d’acqua.
Ricevettero il colpo decisivo nel 1652, dai coloni olandesi, i boeri;
essi si difesero razziando il bestiame ma andarono incontro a vendette e massacri spaventosi.
Alcuni di essi furono fatti schiavi nelle fattorie, molti morirono di epidemie e persecuzioni.
In poco meno di 200 anni scesero da 200 mila a poche decine di migliaia di persone.
Vivono ancora di caccia che effettuano con l’arco e frecce avvelenate
e della raccolta di radici ed erbe selvatiche e la loro sopravvivenza
è strettamente legata alla presenza dell’acqua e della selvaggina.



L’ambiente inospitale ma non completamente sterile, li ha trasformati in zingari del deserto.
La famiglia è la base dell'organizzazione sociale.
La maggioranza dei Boscimani è monogama, ma se un cacciatore è abbastanza abile<
da procurarsi molto cibo può prendersi anche una seconda moglie.
L’uomo per ottenere la moglie deve cacciare per qualche tempo presso la famiglia di lei
e deve assolutamente evitare la suocera;
l’adulterio e l’incesto sono puniti con la morte.
Se i due coniugi lo desiderano, il divorzio è possibile.
Tra i Boscimani Kung una ragazza viene sposata in tenera età ad un adolescente,
che in precedenza abbia dato prova della propria virilità
uccidendo un gran numero di animali selvatici e sottoponendosi a una cerimonia di iniziazione.
Raggiunta l’epoca della pubertà i giovani di ambo i sessi vengono segregati in luoghi solitari,
dove sono istruiti nelle tradizioni e sottoposti a cerimonie di iniziazione.
Non hanno villaggi o centri abitati con campi coltivati,
vivono riuniti in gruppi ed e durante la loro permanenza in un luogo rifornito d’acqua
abitano in ripari emisferici di rami e talvolta nei crepacci delle rocce o delle rupi.



Generalmente l’accampamento è fatto di capanne circolari di paglia e di fango <
che essi costruiscono velocemente, dopo aver ripulito dalla sterpaglia uno spiazzo.
Quando le nuvole rimangono troppo tempo “appese nel cielo” senza produrre pioggia,
scatta l’emergenza: tutti si mettono in marcia.
L’80% della loro alimentazione è costituita da frutti, radici, piante, insetti,
uova di uccelli, favi di miele;
mangiano ogni tipo di animali commestibili
compresi bruchi, larve, topi e non disdegnano neppure le carni ormai imputridite né le uova marce.
Specializzate nella ricerca delle erbe sono le donne che,
due o tre volte la settimana escono dall’accampamento per fare la spesa
al “supermercato” del Kalahari.
Raccolgono oltre 100 specie di piante, quanto è loro necessario e mai di più
per non alterare troppo l’habitat.
Tra le caratteristiche più sorprendenti dei boscimani va ricordata,
una formidabile conoscenza della natura, dei fenomeni fisici e biologici.
Ma anche nozioni approfondite di medicina, di botanica ed etologia.
Di ogni pianta conoscono il valore nutritivo, le proprietà medicinali,
la possibile utilizzazione come veleno, come cosmetico.
Delle prede abbattute i Boscimani non sprecano assolutamente nulla:
dalle parti commestibili fino ad arrivare alle pelli.
La vescica (è usata come contenitore), l’intestino (è usato come corda), le ossa trovano vari impieghi.
Non si spreca nulla neanche nel regno della natura:
un cacciatore non ammazza più del necessario,
neppure se si trova di fronte a un intero branco di animali.
Dalle tracce lasciate sul terreno dagli animali,riescono a determinarne il sesso, l’età,
la velocità di spostamento e altre informazioni cruciali su un animale.



I boscimani vivono nell’ambiente, non lo dominano: sono predatori e prede,
adattati (o costretti) a vivere in condizioni estremamente difficili,
dove l’acqua è la risorsa più importante e più incerta.
Le “bibite” più ricercate sono i meloni selvatici tsama e i tuberi di kwa che producono un succo amarissimo.



Per stemperare il gusto dei bulbi, aggiungono foglie di altre erbe aromatiche,
le masticano a lungo, poi strizzano il miscuglio nel pugno da cui esce un rigagnolo lattiginoso
che sgocciolando dal pollice scivola in bocca.
Si procurano l'acqua succhiandola dal terreno con una cannuccia munita di filtro
confezionato con una piuma di struzzo.



Per non rimanere completamente a secco durante le migrazioni,
i piccoli uomini dalla pelle rugosa, sotterrano delle “borracce” lungo i sentieri della boscaglia.
Sono gusci di uova di struzzo riempiti di acqua e sigillati con un tappo d’erba.
Per distinguere le proprie uova i Boscimani della tribù Kung le contrassegnano
con figure geometriche, mentre quelli della tribù Gwi le incidono con disegni
di uccelli, serpenti, animali ed uomini.



Bastano questi segnali per farne rispettare la proprietà.
Il linguaggio è, oltre alla conoscenza della natura, la seconda ricchezza dei boscimani.
La gamma di suoni è articolatissima e comprende i famosi “click”:
ne esistono sei tipi codificati che si ottengono disponendo la lingua
tra il palato e le gengive in maniera particolare.
Oltre che con i suoni comunicano anche con il resto del corpo:
sguardi, ondeggiamenti del capo, messaggi con le mani.
Ciò deriva, presumibilmente, dalle strategie di comunicazione silenziosa
utilizzate per coordinare le operazioni durante le attività di caccia.



I Boscimani sono cacciatori abilissimi, dai metodi di cattura infallibili.
Uccidono soltanto per nutrirsi e per autodifesa.
Sono contrari alle uccisioni gratuite e sproporzionate
e non abbattono mai più selvaggina del necessario.
Credono inoltre, che tutti gli esseri viventi abbiano lo stesso diritto di vivere.
"Se c’è un nido di scorpioni" - dicono- "non serve rimuoverli perché ritornano
sempre nel medesimo posto e scoprendo che il nido non c’è più s’infuriano e mordono.
In questo caso non si può non ucciderli.



Ma se un cacciatore incontra durante il suo girovagare uno scorpione, lo evita e basta. Ammazzarlo sarebbe superfluo: è quasi impossibile infatti
che l’animale e l’uomo si rincontrino nella vastità del deserto.
Ucciderlo significherebbe non rispettare il suo diritto alla vita”.
Anche i bambini vengono educati al rispetto degli animali;
ad essi è consentito uccidere solo qualche scarafaggio e altri insetti non commestibili,
ma vengono puniti se ne ammazzano troppi.
Prima di partire per una battuta di caccia nella boscaglia,
consultano “le tavole della divinazione”:
le gettano, strillando nel carniere vuoto e chiedono alle tavolette
di indicare la direzione giusta per un bottino fruttuoso.
Ognuno dei partecipanti ha il diritto di dire la sua e di interpretare le “tavolette”;
scelta la direzione si avviano più silenziosi dei leoni e dei leopardi.
Appena avvistano un’impronta sulla sabbia, la seguono anche per giorni
fino a quando non raggiungono la preda.
Una volta individuata, la preda difficilmente sfugge al colpo micidiale delle frecce avvelenate.
La cacciagione viene divisa in famiglia e con chi non ne ha o non può andare a caccia.
Questo senso di solidarietà, per uomini che vivono al limite della sopravvivenza
è molto importante in quanto senza essere “buoni fratelli”
sarebbe difficile sopravvivere a lungo nel Kalahari.
La carne non consumata viene tagliata a strisce e appesa a seccare al sole.
La loro arma è un arco di un metro di lunghezza capace di lanciare una freccia fino a 100 metri.
Le frecce sono costruite con materiali rudimentali: la punta in osso o legno duro
è ricoperta di uno strato spesso di veleno e legata con un tendine sottile.
Appena l’animale viene colpito, la freccia rilascia il suo veleno
per cui la morte è solo questione di tempo.
Il veleno più comune è preparato con il succo delle larve di due varietà
di coleotteri (Diamphidia e Polyclada) che contiene tossine
tanto potenti da uccidere un uomo in poche ore.
La preparazione delle frecce avviene con un vero e proprio rito
in uno spazio poco distante dal centro dell’accampamento.
I cacciatori si radunano intorno al fuoco acceso e raccontano le precedenti avventure di caccia,
poi estraggono dai bozzoli le larve e ne spremono il liquido velenoso
in una piccola tazza ricavata dal femore di una giraffa o di un’antilope.
Vi aggiungono due diverse sostanze vegetali che hanno masticato a lungo
e che hanno la facoltà di stimolare il cuore facilitando la messa in circolazione del veleno,
poi applicano la mistura sul collo delle frecce e le fanno asciugare davanti al fuoco
Dopo aver praticato dei riti propiziatori, vanno a caccia.



Le battute di caccia a volte durano settimane intere: interminabili ore di appostamenti silenziosi.
Sempre all’erta, di giorno e di notte, anche dopo aver camminato per chilometri e chilometri.
Poi una freccia centra l’animale e lo si segue con pazienza e trepidazione
fino al luogo in cui il veleno ha portato a termine il suo compito omicida.
La prima cosa da fare è stabilire il proprietario della freccia: a lui spetta la parte migliore.
Squartato l’animale, gran parte della carne si consuma sul posto.
Tutto il resto viene poi portato all’accampamento.
Alcune tribù boscimane hanno conservato lo stile di vita dei cacciatori preistorici,
altre allevano buoi e capre.
Nel periodo di maggiore siccità, la situazione é drammatica ed é per questo
che il sangue e tutta l'umidità che si può spremere dagli intestini degli animali uccisi
sono una fonte preziosa di liquidi, come l'acqua che si trova sotto la sabbia cocente
e che si raccoglie goccia a goccia.
Quando piove, il deserto riprende colore e vita;
è un momento di festa e tutti ballano perché la grande sete è finita.



I vestiti dei Boscimani sono molto semplici:
gli uomini portano un triangolo di cuoio legato per mezzo di una corda che gira intorno ai fianchi
e, d’inverno, un mantello pure di cuoio legato alle spalle;
le donne hanno un “vestito” simile a quello degli uomini solo che sono coperte davanti e dietro.
Calzano dei “sandali” piegati in giù all’estremità anteriore
in modo da permettere lo slancio e sollevare la polvere.
Amano molto gli ornamenti che, per le donne sono costituiti da dischi fatti
con gusci di uova di struzzo e per l’uomo da peli di elefante e di giraffa.
Nell’accampamento ogni donna ha un paravento ed un focolare
formato da tre pietre dove cuoce i cibi.
Gli uomini mangiano con gli uomini e le donne con le donne e i bambini.
Quando trasferiscono l’accampamento portano con loro gli utensili da cucina:
un vaso d’argilla, alcune scodelle di legno, un mortaio.
Dormono in terra in buche scavate nella sabbia e si coprono con il mantello.



I Boscimani usano seppellire i loro morti deponendo i cadaveri nel luogo prescelto
in posizione fetale con le ginocchia raccolte sul petto.
Insieme al morto seppelliscono tutte le sue cose ed evitano il posto per uno o due anni.
La tomba è ricoperta di pietre e il gruppo passa a stabilirsi in un altro luogo.
I Boscimani temono gli spiriti dei morti, il cui signore è Guab,
mentre Kaggen è il dio benefico, signore degli animali.
Nelle leggende sulla creazione si narra che all'inizio dei tempi
uomini ed animali erano forniti di parola,
ma poi un essere malvagio, chiamato Hochigan, la tolse alle bestie.



I Boscimani amano l'arte e in particolare la musica, il canto e la danza.
Il loro principale strumento musicale è una specie di arco che tengono premuto contro la bocca,
adoperano anche una specie di lira a quattro corde,non usano, invece, tamburi.
Danzano spesso sia per il piacere personale sia per piacere degli altri.
La cosa più triste è che i Boscimani hanno completamente abbandonato le loro forme d’arte
maggiormente sviluppate e più caratteristiche: la pittura e l’incisione.
Le opere erano piene di colori, naturalistiche e raffinate;
molti dipinti mostrano razzie di bestiame, danze, scene magiche o mitologiche
rappresentanti figure umane con volti di animali.
I pittori Boscimani non esistono più; eppure, il loro popolo, ostinatamente, sopravvive.
Ancora oggi in molte comunità boscimani le famiglie si raccolgono intorno al fuoco di notte:
le donne forniscono con mani e piedi la base ritmica delle danze
mentre giri vorticosi su se stessi, sempre più veloci e incontrollati,
sono il segno che qualcuno sta cadendo in trance:
una pratica comune a molte etnie africane,
cui si attribuisce un valore sociale rilevante e fondamentale
per sanare i contrasti interni al gruppo.
Danzano per piacere o in occasioni di riti:
c'è la danza del fuoco, la danza dell'antilope;
c'è il gioco dei mimi: i ragazzi si appoggiano sulla schiena delle madri,
mentre esse cantano canti purificatori.
Se la caccia è stata fruttuosa ci sarà una festa sotto gli alberi,
magari con arrosto di porcospino e di bruchi.
Tutti vi partecipano mangiando ogni parte degli animali catturati,
eccetto i bambini inferiori ai tre anni che succhiano ancora il latte materno.



I Boscimani credono che esista un supremo creatore che dispensa fortune e sventure
ed una divinità minore che porta solo guai per gli uomini.
Fino a non molto tempo fa si credeva (e ancora oggi molti sono restii a cambiare idea)
che la divinità suprema venisse identificata dai boscimani con la mantide.
in realtà solo un caso che i nomi utilizzati per indicare il sommo dio e il verde insetto
si pronuncino in maniera identica: non esiste alcun rito o rappresentazione
visiva che rechi tracce significative di devozione nei confronti della mantide.
Anzi, l’aspetto che spesso si associa a Ka’aggen (questo il nome dell’essere supremo)
è quello di un enorme corvo nero con la testa piatta e artigli sulle ali.
Per i boscimani ogni animale è stato precedentemente un uomo:
anche per questo non si uccide mai più selvaggina del necessario.
E proprio gli animali sono il centro della vita boscimane:
sono la carne che li tiene in vita, sono i protagonisti delle leggende,
gli argomenti su cui si discute per ore.

LEGGENDA
Una leggenda boscimane racconta che all’inizio lo struzzo era il solo essere vivente a possedere il fuoco.
Gli uomini dovevano scaldarsi con pelli animali e cucinare carne cruda.
Ma un giorno una coppia di boscimani vide una strana luce sotto l’ala di uno struzzo e,
intuendo che poteva trattarsi di qualcosa di importante, lo distrassero e gli rubarono il fuoco.
Da allora gli umani sono gli unici in grado di accendere il fuoco e lo struzzo,
ancora sgomento e arrabbiatissimo per l’affronto subito, non usa più le ali.
Ecco perché, pur essendo un uccello, non vola.
Secondo i Boscimani, la Luna piena è così perché le è cresciuto un grosso stomaco.
Allora illumina la terra, mentre la gente dorme.
Quando però il Sole esce all'alba, è così pieno di invidia che la colpisce con i suoi raggi,
che sono coltelli affilati.
Così ogni mattina taglia via piccoli pezzi dal suo corpo,
finché non ne rimane che una sottilissima striscia, la spina dorsale.
Da quel piccolo osso la Luna comincia di nuovo a riacquistare la sua vecchia forma:
prima è una Luna crescente e poi una mezza Luna e comincia a diffondere
una bella luce finché ritornata alla sua pienezza originaria, la sua luminosità sconfigge la notte.
Allora il Sole, geloso, l'aggredisce di nuovo e ricomincia il ciclo
I Boscimani ritengono che la notte non sia freddo solo per loro, ma anche per il Sole,
descritto come un vecchio dormiglione che vive solitario in una capanna isolata.
Così, per proteggersi dal freddo, si tira addosso la sua coperta per stare caldo,
ma la coperta è vecchia quanto lui ed è piena di buchi.
È per questo che l'oscurità della notte è rotta dalla luce che filtra attraverso
i buchi della coperta, le stelle. Una stella cadente annuncia ai suoi cari la sua dipartita da mondo dei vivi.
.
POESIA BOSCIMANI
Il giorno che moriremo una lieve brezza cancellerà le nostre impronte sulla sabbia.
Quando calerà, il vento chi dirà nell'eternità che una volta camminammo qui, all'alba del tempo?
PREGHIERA DEL CACCIATORE A NONNA CANOPO (stella)

Dammi il tuo cuore che hai in abbondanza
e tu prendi il mio che è terribilmente vuoto,
che anch'io possa essere colmo come te.
Perché ho fame, ma tu sembri essere pienamente soddisfatta,
tu che sei tanto piccola.
Perché ho fame, dammi il tuo stomaco che è sazio
e prendi il mio, che possa anche tu
provare la fame.
Dammi il tuo braccio, che il mio sbaglia mira,
e colpisci per me la preda.



Purtroppo, però, sull’immenso deserto del Kalahari soffia con sempre maggiore insistenza
il vento della civiltà occidentale.
Molti sono, infatti, i Boscimani che, abbandonando la vita nomade che hanno condotto per millenni,
vanno a lavorare nelle miniere d’oro del Sudafrica dimenticando la loro storia e le loro tradizioni.
Oggi i Boscimani sono dei profughi, degli sradicati, resti di un popolo messo alle strette<
ma che una volta occupava vaste zone dell'Africa e tutto il sud.
Nel tempo le loro tradizioni si sono dissolte: le altre culture dominanti,
la mescolanza con altre etnie e la segregazione in zone a loro assegnate,
ha portato i San alla perdita dell'identità e del patrimonio culturale originario.
Ai popoli San non è stato solo negato l'accesso alle risorse naturali,
da cui dipende la loro esistenza interconnessa con i ritmi della natura;
anche la loro dignità è stata mortificata, da tutti i gruppi etnici del subcontinente.
A partire dagli anni '90, finalmente, i cambiamenti sociali del Sud Africa e della Namibia
hanno favorito la presa di coscienza e l'inizio del loro riscatto.
Ma se il governo del Botswana continuerà ad ignorare i diritti comunitari che i Boscimani Khwe
hanno sulle loro terre ancestrali nel deserto del Kalahari, il loro futuro resterà incerto.
Il governo ha sfrattato circa 1300 Boscimani della cosiddetta Riserva di Caccia del Kalahari Centrale
nel 1997 e li ha confinati in squallidi insediamenti (Khaudwane e New Xade)
dove dipendono dai sussidi del governo.
A centinaia hanno opposto resistenza allo sfratto per "rimanere vicini alle tombe degli antenati" .
Recentemente a loro si sono aggiunte molte altre famiglie che,
dopo essersi organizzate, hanno abbandonato il campo e hanno ripreso la strada verso casa.
A lasciare gli insediamenti sarebbero stati molti di più se avessero trovato un modo
per trasportare le loro poche cose e non avessero temuto altri sfratti.
Attualmente i Boscimani Khwe e Bakgalagadi che vivono nella riserva sono circa 600;
a seguito delle proteste degli stessi Boscimani, sostenuti da Survival e altre organizzazioni,
gli sfratti sono stati per il momento sospesi.
Il governo non solo ha mancato nel riconoscere qualsiasi diritto di proprietà ai Boscimani nella riserva,
ma ha anche messo in chiaro che vuole che se ne vadano.
Ciò è particolarmente ingiusto perché la Riserva venne istituita nel 1960
al preciso scopo di proteggere le terre boscimani.
Lì gli indigeni sono rimasti sostanzialmente indisturbati fino a metà degli anni ’80,
quando il governo cominciò a cercare di cacciarli con la corruzione, l’intimidazione e la violenza.



Uno scrittore che ha descritto in modo mirabile le abitudini del piccolo popolo
è sicuramente Wilbur Smith nel suo romanzo
"La spiaggia infuocata"

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