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EGIZI



 

IL TEMPO LIBERO

Come oggi, il tempo libero in Egitto veniva impiegato a seconda delle possibilità economiche
ma esistevano attività accessibili a tutti naturalmente tenendo conto dell'età e del sesso.
Gli egizi non avevano teatri ma andavano spesso ai banchetti e si divertivano a guardare le cerimonie e le processioni.
Spesso i nobili organizzavano feste o banchetti, dove venivano invitati i ricchi e i nobili, raramente i contadini.



Durante la cena venivano offerti vini pregiati in grandi coppe d’oro,
carne di agnello fresco, pesci appena pescati, e dolci fatti in casa.
Venivano invitati anche i musicisti che suonavano vari strumenti, quali il doppio clarinetto,
l’oboe, la piccola viola a.
L’arpa era uno degli strumenti più diffusi.



Con loro portavano ballerine abbigliate con un vestito di lino finissimo e preziosi gioielli.
Spesso si mettevano le parrucche e un cono di grasso in testa per profumare.
Quando i suonatori incominciavano a suonare, tutti cessavano di parlare e c'era un grande silenzio seguito dagli applausi.
Le ballerine che venivano invitate erano le migliori della città, e come sempre danzavano fino a tardi.
Il sisto e le nacchere (due lamine di legno messe insieme da una cerniera) erano gli strumenti riservati solo alla musica sacra.
Il più grande desiderio delle ballerine e dei musicisti
era quello di essere raffigurati nella tomba di un nobile.




I giovani egizi occupavano il tempo libero organizzando gare di corsa, di salto e di nuoto.
I bambini piccoli giocavano con sonagli colorati, biglie e gli astrogalli,
un gioco che assomiglia vagamente a quello dei dadi.
L’astragalo era espressione della fanciullezza e si contrapponeva ai dadi,
di pertinenza esclusiva degli adulti.
Erano bastoncini che venivano gettati in aria;
i punti derivano dalla posizione delle facce dei bastoncini dopo il lancio:
un punto per ogni astragalo concavo.



I più grandi giocavano con le trottole e con soldatini in miniatura.
Conoscevano il girotondo e cavalcavano la schiena dei compagni oppure si inseguivano.
Popolare era la lotta fra i ragazzi e le bambole fra le fanciulle.
Alcuni scavi archeologici hanno riportato alla luce giocattoli per bambini:
bambole di legno e stoffa con braccia e gambe mobili,



coccodrilli di legno con piccole ruote e provvisti di una corda per essere trascinati
ed un particolare giocattolo costituito da tre statuette d’avorio
che rappresentavano dei danzatori pigmei.
Questo antico giocattolo, probabilmente destinato allo svago di un piccolo principe,
vedeva i tre pigmei costruiti con gambe e braccia che si potevano muovere tirando delle sottili corde.
A Tebe sono state ritrovate molte bambole, quasi sempre prive di articolazioni, in terracotta dipinta,
spesso solo abbozzate o costruite senza gambe e braccia, alcune delle quali
conservano ancora la capigliatura con perline in falence
infilate in cordicelle sulle nuca a intervalli regolari.
Presso il Museo del Cairo si trovano alcune figurine in argilla, facenti parte di corredi funebri,
realizzate con estrema semplicità hanno le braccia mobili (articolate alle spalle per mezzo di perni meccanici)
che ci fanno capire che si tratta di giocattoli.
Molto conosciuto era il gioco della palla che poteva essere semplice oppure complesso
e addirittura acrobatico, singolo, a coppie oppure con più partecipanti.
La palla era di cuoio, imbottita con fibre vegetali o di legno pitturato.
Crescendo i ragazzi imparavano a usare il giavellotto e ad usare l'arco.



Un gioco molto conosciuto era il "gioco del capretto",
che consisteva nel superare, saltando, degli "ostacoli", costituiti da due compagni seduti a terra,
e che avevano il compito di mettere in difficoltà il "capretto", cercando di farlo cadere.
Alcuni dipinti tombali di Beni Hassan raffigurano giovani donne e uomini che eseguono
esercizi di abilità e destrezza tirando in aria alcune piccole palle.
Queste sfere da giocoliere erano composte internamente con un insieme di papiro
e paglia pressati e ricoperte con più strati di lino o cuoio cuciti insieme
oppure erano di faience dipinta con colori vivaci come l’azzurro ed il nero.



In un dipinto della tomba di Baqet III viene invece rappresentato il “gioco della stella
forse più simile ad un esercizio di equilibrio.
Veniva eseguito da due fanciulle che facendo leva sui piedi effettuavano un movimento di rotazione
intorno al corpo di due giovani uomini che le sostenevano per i polsi.



Gli adulti amavano gli sport di tutti i generi
ma a questi non davano l'importanza che ne daranno poi i Greci ed i Romani.
«Rendi il tuo corpo forte e veglia su di te per rispetto al Signore dell'Universo».
Con queste parole Amenemapt indicava il modo in cui gli egizi consideravano lo sport.
Gli sport preferiti dagli antichi egizi erano la lotta, il pugilato, la scherma con pali, il nuoto e la voga.
Molti di questi esercizi facevano parte anche della preparazione militare.
La lotta è documentata nelle pitture murali di Beni Hasan, del Medio Regno (2040-1786 a.C.),
e in frammenti di terracotta del Nuovo Regno (1552-1069 a.C.).
Le regole e i movimenti usati in queste competizioni erano abbastanza simili a quelli della lotta libera moderna.
Si praticava anche la scherma con pali o bastoni.
Prima di iniziare la gara, i lottatori salutavano il pubblico, inchinandosi e abbassando i pali,
e portavano la mano sinistra alla fronte.
Alla corte di Ramesse II si svolse un campionato internazionale di scherma,
in cui si affrontarono i soldati del faraone e gli alleati stranieri dell'Egitto.
Gli uni e gli altri indossavano caschi di cuoio come protezione.
Era praticata anche l'atletica: corsa individuale o di gruppo,
salto in alto e salto in lungo, sollevamento pesi.
Alle competizioni più importanti assisteva il faraone stesso, che poi premiava i vincitori.
Molto popolare tra i pescatori era la giostra delle barche dove i contendenti
stavano su instabili barche di papiro e, lottando e spingendosi con dei bastoni
dovevano gettare in acqua gli avversari.
Popolari nelle campagne erano il nuoto, la corsa a piedi, il tiro alla fune, sollevamento pesi,
braccio di ferro e la solita lotta o le competizioni di vario genere.
Agli Egiziani risale la più antica raffigurazione del gioco con il cerchio.
Nella tomba di Roti a Beni-Hassan troviamo una pittura raffigurante due uomini
che con una bacchetta uncinata tentano di tirare dalla propria parte un cerchio.
Nella stessa tomba Ippolito Rossellini scoprì la raffigurazione di un certo gioco:
quello dei fuscelli, le cui regole non sono conosciute
e delle quali non ci sono pervenute informazioni da epoche successive.
Sempre nella medesima tomba si trovano due raffigurazioni che così descrive:
"cinque uomini fanno atto di passare da una mano all’altra
una specie di dardo o bastone aguzzo per conficcarlo in un quadrato, a guisa di grosso mattone, posto in terra:
forse il gioco consiste nella destrezza di far rimanere i dardi conficcati
in modo che si incrocino a giusta distanza".
Ippolito Rossellini trovò sempre nella stessa tomba la raffigurazione di un altro gioco,
"lo schiaffo del soldato"::un uomo sta piegato a terra,
carponi, e due o più suoi compagni lo percuotono senza che lui li veda;
se quello percosso indovina chi è stato a colpirlo questo prende il suo posto.
Amatissimi erano anche i giochi da tavolo, tra questi l gioco del meheil
dal geroglifico MHN che significa serpente arrotolato o "gioco del serpente"
perché le caselle erano disposte come un serpente attorcigliato.



Si giocava su una tavola rotonda che rappresentava un serpente arrotolato su se stesso,
il cui corpo era diviso in caselle, con la testa al centro.
I giocatori si servivano di pedine a forma di leoni sdraiati costruiti con ossa di animali e di bilie.



Questo gioco avrebbe un significato simbolico: deriverebbe dalle antiche tecniche usate per la caccia al leone,
secondo le quali veniva scavata una fossa, che si nascondeva con uno strato di vegetazione sostenuta da un telaio di canne
e vi si metteva sopra il cadavere di un serpente come esca.
Nel gioco, il serpente afferrava, non si sa bene come, i leoni rappresentati dalle pedine.
Un altro gioco molto popolare era il gioco dello senet, una specie di dama
che si giocava in due su di una scacchiera rettangolare di 30 caselle quadrate disposte su tre file parallele.



Ogni giocatore lanciava dei bastoncini di legno che avevano la stessa funzione degli odierni dadi,
dal risultato ottenuto potevano essere mosse le pedine che dovevano compiere l’intero percorso della scacchiera
cercando di evitare alcune caselle che erano considerate “sfortunate”.
Durante l'Antico Impero, ogni giocatore aveva a sua disposizione sette pedine,
che si ridussero a cinque sotto il Nuovo Impero.
A quei tempi il gioco aveva anche un significato religioso e propiziatorio.
Si dava l'inizio all'invasione del territorio avversario tramite il getto di dadi particolari.



Questo gioco venne introdotto nell’uso funerario: il morto sarebbe sopravvissuto dopo la morte
solo se avesse vinto una partita contro un avversario invisibile.
Nella sepoltura del faraone Tutankhamon sono stati ritrovati quattro senet
uno dei quali di splendida fattura costruito in ebano con piedini in oro e intarsi in avorio.



Il “gioco del cane e dello sciacallo” era un altro dei passatempi
più diffusi nell’antico Egitto ed era talmente apprezzato
da varcare i confini egiziani; infatti sono stati ritrovati esemplari anche in Palestina.



Era un gioco a forma di piccolo tavolo di legno posto su quattro zampe di animale,
sul lato superiore erano realizzati su due file, trenta fori simmetrici
su cui si mettevano dei bastoncini appuntiti di avorio, osso o bronzo
decorati alle estremità con teste di sciacallo e cane.



Questo gioco è stato inventato probabilmente nel Medio Regno egizio
ed un bellissimo esemplare è oggi conservato al Metropolitan Museum di New York,
realizzato in legno di sicomoro intarsiato in avorio ed ebano.



Uno dei divertimenti preferiti dei ricchi egizi era la caccia.
Nell’antico Egitto c’erano molti animali selvatici come leoni e ippopotami.
Il faraone li cacciava all’interno di un recinto.



Le famiglie spesso andavano a caccia tutti insieme.
I papà indirizzavano il giavellotto verso la preda e poi lo lanciavano.
Dai reperti di queste epoche, soprattutto figurine, si deduce
che le specie più catturate erano, tra le altre, leoni, leopardi, ippopotami
e che le armi più usate erano lance, arpioni o boomerang.



I primi esemplari avevano la superficie liscia ma, col tempo,
si cominciò ad applicarvi la decorazione in rilievo.
Dalle scene rappresentate si sono avute le maggiori informazioni
sugli aspetti della vita quotidiana, della cultura e della civiltà egizie.
Nell'epoca faraonica, la caccia, oltre a essere una fonte ausiliaria di cibo,
si trasformò in uno sport per il piacere delle classi abbienti.
Faraoni e nobili, che si fecero rappresentare nelle loro tombe nell'atto di cacciare,
dimostravano attraverso questa pratica la loro forza, il loro valore e la loro abilità.



Grazie alle pitture funerarie è stato possibile venire a conoscenza
delle avventure di caccia di alcuni dei faraoni più potenti.
Così, si è scoperto che Amenhotep III aveva catturato 200 leoni in 10 anni
e che Sethi I aveva affrontato, armato solo di una lancia, un leone ferocissimo.
Molto in voga la caccia all'ippopotamo



La tecnica si basava sul lancio di un arpione, costituito da un'asta di legno
alla cui estremità veniva posto un gancio metallico che, una volta conficcato nell'animale,
restava unito al manico attraverso una corda che veniva tirata per raggiungere la preda.
Nel deserto la tecnica di caccia cambiava. Inizialmente veniva realizzata a piedi
ma in seguito, ai tempi di Thutmosi IV, si cominciò a usare un carro tirato da cavalli,
dal quale il signore, armato di arco, scagliava le frecce all'esemplare scelto.
La caccia di uccelli dei pantani era, in Egitto, un piacere esclusivamente riservato alla classe dominante.
Alla fine della stagione delle inondazioni, oltre alle specie autoctone,
c'erano molti uccelli migratori di passaggio.
I nobili si muovevano silenziosamente tra i cespugli in una canoa di papiro.
Per catturare gli uccelli si usava il palo curvo, un boomerang che non tornava indietro.
I servitori accompagnavano il signore nelle sue spedizioni di caccia,
e non avevano solo la funzione di assistere il cacciatore, ma anche di trasportare le armi e le prede catturate.
Una volta riempite le trappole, ai servitori spettava loro il compito di recuperare gli esemplari catturati.
Per il trasporto venivano usate delle apposite gabbie.
Se il numero di prede era molto elevato e le gabbie già troppo piene,
il servitore incrociava o spezzava le ali agli uccelli per tenerli immobilizzati.
Nel gruppo erano compresi anche i cani, che correvano a recuperare le prede abbattute dal loro padrone.



Un altro animale utilizzato nelle battute di caccia era il gatto,
che recuperava la preda abbattuta e la depositava nella barca.
I figli accompagnavano i papà a prendere gli uccelli che avevano colpito con le frecce,
così i bambini imparavano piano piano a cacciare.
Le famiglie ricche andavano a pesca con le barche che gli schiavi preparavano caricandole dei vasi di terra cotta.
Questi si mettevano sott’acqua dove c’erano tanti pesci e il giorno dopo
i nobili e gli schiavi ripassavano per toglierli e li trovavano con tanti pesci imprigionati.
I contadini o quelli un po’ più poveri invece pescavano con reti appesantite dai sassi.





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