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NESSUNA FOTO

Per favore, non fare foto
di altra gente qui
che non sia chi vi ha sofferto
sia pure per un solo giorno.
Restino solo Desolazione
e Rimpianto per non aver capito
per non aver provato
a fermare il Male che si nutriva.
Entra in punta di piedi
e lascia che il silenzio
ti penetri dentro ed il vento
spazzi via i tuoi pensieri.
Forse allora, ci riuscirai
ad ascoltare la mia voce
raccontarti di quello che ancora
sognavo di dire
e di fare
che avevo ancora da ridere
e da amare
in quella prossima primavera del 43
Ti dirò di quell'ultimo mese di Tishri
e dello Yom Kippur
quando seguii mamma e Elia
che "non erano buoni a niente"
e di come ci facemmo fumo.
(Carla Natali)



Il 27 gennaio 1945, le avanguardie dell’Armata Rossa raggiungevano Auschwitz,
Il più grande campo di sterminio costruito dai nazisti
dove furono uccisi un milione e mezzo di ebrei;.
Dopo più di cinquanta anni i sopravvissuti raccontarono
in quest’intervista al settimanale Gente, gli orrori di quel campo.
"Si, sono stata nel campo di concentramento di Auschwitz,.
Sono passati cinquant’anni ma per me il tempo è come se non fosse mai trascorso.
Non potrò mai dimenticare gli spaventosi orrori cui ho assistito.
Non potrò mai dimenticare i visi dei bambini
mandati a morire a migliaia nelle camere a gas,
alcuni soli, sperduti, perchè avevano perso i genitori.
Altri mano nella mano con le loro mamme e i loro papà.
Anch’io ero destinata a morire in una camera a gas.
Mi sono salvata per miracolo.
E il caso, beffardo, ha voluto che fosse il dottor Mengele, l’”angelo della morte”,
il medico nazista responsabile dei più turpi esperimenti “scientifici” sugli esseri umani
a togliermi dalla fila dei prigionieri diretti alla morte.
Non ho mai capito perchè.
In ogni caso, quel gesto per me ha significato la salvezza,
una salvezza pagata a caro prezzo:
un tatuaggio indelebile sul polso e mesi di atroci sofferenze.
Sofferenze che, anche dopo la liberazione, non mi hanno più abbandonato”.



Chi parla è Rita Yamberger, una donna ebrea di origine ungherese
sopravvissuta miracolosamente al campo di concentramento di Auschwitz.
La signora Yamberger parla lentamente, mentre dagli occhi scendono copiose le lacrime.
Parlare di Auschwitz, per lei, significa riportare in superficie
i dolorosi ricordi di una lunga stagione di sofferenza.
L’intervista cade nel cinquantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz,
il famigerato campo di concentramento e di sterminio
dove i nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale
uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, quasi tutti ebrei.
Ed eccoci al racconto di Rita Yamberger.
Com’era finita ad Auschwitz ?
Tutto accadde nella primavera del 1944. Mentre la guerra si rivoltava
sempre più contro i tedeschi, i treni che portavano i primi ebrei
arrestati nei ghetti dell’Ungheria cominciarono ad arrivare a Birkenau,
un campo dipendente da Auschwitz (era chiamato Auschwitz II”),
dove erano state costruite le camere a gas,



Su uno di questi treni si trovava Rita Yamberger, che allora aveva diciassette anni,
sua sorella maggiore Berte e i due figli di Berta.
Con loro altre ottanta persone erano rimaste sui carri merci
per quattro giorni e quattro notti afose.
C’era un secchio da cui bere e un altro che serviva da toilette.
Il treno della Yamberger arrivò ad Auschwitz la sera tardi e rimase fermo fino all’alba.
A quel punto le porte furono spalancate e i passeggeri insonnoliti
furono messi in fila per una “selezione”:
i nazisti, cioè, dividevano i prigionieri in due file, una di “abili” al lavoro
(per lo più uomini e donne giudicati in “forze”)
e una di “inabili” (anziani e bambini) destinati immediatamente alle camere a gas.

In fila per cinque sfilarono di fronte al famigerato Mengele in persona,
“l’angelo della morte”, il sadico medico nazista che utilizzava i prigionieri
come “cavie” viventi per i suoi folli (e inutili) esperimenti “scientifici”.
“Bello come una statua”, lo ricorda Rita, con quegli stivali luccicanti
e l’uniforme delle SS nera fresca di bucato.
Le persone anziane, i malati, i bambini e le loro madri dovevano andare a sinistra,
mentre i potenziali lavoratori a destra.
La sorella di Rita Yamberger notò che le madri con bambini si allontanavano insieme,
ma, naturalmente, non ne comprese il motivo.
“Perciò mi mise al collo una sciarpa in modo che sembrassi più vecchia
e io presi per mano suo figlio come se fossi stata sua madre”, racconta Rita.
“Andammo tutti verso sinistra. Eravamo felici perchè eravamo insieme.
Poi, sentii una mano sulla spalla. Era Mengele.
“Quanti anni hai?, mi chiese. In quell’attimo mi sentii come ipnotizzata.
Tenevo per mano il bambino che cadde a terra e io fui mandata a destra.
E questo è il motivo per cui io non sono andata al crematorio:
la fila di sinistra era destinata alle camere a gas.
Ma allora nessuno di noi poteva immaginarsi una simile follia”.



I treni arrivavano con i loro carichi di persone innocenti da ogni luogo
in cui le SS riuscivano a mettere le mani su un ebreo:
Francia, Olanda, Slovacchia, Italia, Grecia e, naturalmente, Ungheria,
fino a quando il governo non fece cessare le deportazioni a metà luglio,
dopo che 438.000 ebrei erano stati spediti ad Auschwitz nel giro di poco più di due mesi.
Le vittime, ignare, camminavano verso le camere a gas
sotto lo sguardo vuoto e minaccioso delle SS
per poi divenire fumo che anneriva il cielo con un fetore immondo.
Quelli selezionati per il lavoro venivano rasati e tatuati
con un numero sull’avambraccio sinistro.
Poi venivano dati loro un’uniforme, una ciotola ed un cucchiaio
e venivano spediti nelle baracche.



Centinaia dormivano in file di cuccette a tre piani, due, a volte tre prigionieri per ogni cuccetta.
I nuovi arrivati dovevano affrontare il disprezzo degli ebrei polacchi e cechi
che erano arrivati prima. “Ci dicevano: quando tu andavi a teatro, noi eravamo già qua”,
ricorda un’altra testimone che abbiamo intervistato,
Judy Perlaki, deportata ad Auschwitz da una cittadina situata in Ungheria, a maggio.
Chi era religioso pregava. I veterani li punzecchiavano dicendo:
“Dai prega: Ma tu sai dov’è tua madre? Lassù nel camino”
I nuovi internati iniziavano una vita di appelli, percosse e lavoro,
intervallata da selezioni a sorpresa per la camera a gas
che i nazisti si preoccupavano di tenere in funzione anche quando non c’erano treni carichi in arrivo.



Gli appelli venivano fatti due volte al giorno, sempre all’aperto,
e i prigionieri dovevano prestare attenzione fino a quando il conteggio non fosse finito,
il che poteva significare parecchie ore.
Ciò era sufficientemente duro anche per quei prigionieri che non soffrivano di diarrea,
dilagante all’interno del campo.
Rimanere in piedi diventava sempre più difficoltoso, naturalmente,
man mano che i gelidi inverni polacchi arrivavano.
I famigerati Kapo, prigionieri di fiducia (per la maggior parte criminali
cui i nazisti avevano dato il “compito” di sorveglianza),
temuti quasi come le SS, scorrazzavano tra le fila.
Picchiavano chiunque mettesse un piede fuori posto
oppure battesse i piedi per il freddo oppure chiunque avessero voglia di picchiare.

A un cenno del comandante un’orchestra di internati doveva intonare
una serenata per i prigionieri mentre questi uscivano dalle fabbriche, miniere e cantieri.
“Era la cosa più irreale, questa bellissima musica”, dice ancora Judi Perlaki.
“noi uscivamo e la musica ci dava il benvenuto.
Ecco perchè ci sembrava già la vita dopo la morte”.
L’orchestra suonava anche per i deportati lungo la strada verso le camere a gas
e un internato ricorda che gli anziani uomini ungheresi si toccavano il cappello
in segno di apprezzamento sfilando davanti all’orchestra.
Le razioni dei prigionieri erano caffè solubile la mattina,
una ciotola di minestra acquosa per pranzo e una pagnotta dura e rafferma a cena.
Una persona costretta ai lavori forzati all’aperto ovviamente poteva sopravvivere
con questa dieta per non più di alcune settimane o mesi.
Perciò quelli che si salvarono, sicuramente avevano trovato qualche mezzo
per ottenere del cibo in più, una capacità che le SS tenevano in considerazione:
un lavoro dove potessero rubare oppure un protettore in qualche parte del campo.
Parecchi sopravvissuti lavoravano nell’unità dove venivano meticolosamente selezionati,
etichettati, calcolati, immagazzinati ed immediatamente rubati gli averi dei nuovi arrivati.
Un altro lavoro che forniva cibo a sufficienza era il Sonderkommando,
la terribile “unità speciale”, composta da prigionieri ebrei
che scortavano i condannati alle camere a gas e che trasportavano i loro corpi al crematorio.
Racconta Henryk Mandelbaum, un ex deportato che per la prima volta ha accettato
di raccontare la sua spaventosa esperienza.
Mandelbaum è uno dei pochi membri di un Sonderkommando a essere sopravvissuto senza impazzire.
“Quando scendevano dal treno, i deportati dovevano togliersi i vestiti nello spogliatoio.

Famiglie intere entravano apparentemente per fare la doccia.



Quando più della metà della camera era piena si rendevano conto che c’era qualcosa di strano.
C’era scompiglio. Le SS li picchiavano brutalmente con i bastoni.
Poi le porte venivano chiuse e in pochi minuti tutto era finito: nessuno era più in vita”.
Quelli del Sonderkommando facevano un lavoro fisico pesante,
reso più gravoso dal pensiero che da un momento all’altro potesse arrivare
una propria parente da portare nella camera a gas.
- Mandelbaum racconta di un leggendario membro del Sonderkommando che volontariamente è entrato
nella camera a gas con la propria famiglia; e di un altro che avendo incontrato sua madre,
fino all’ultimo minuto le aveva assicurato che sarebbe solo andata a fare la doccia.
Per questa bugia si dice che i colleghi del Sonderkomando l’abbiano ucciso con le proprie mani.
Qualcuno gridava nella camera a gas, qualche gruppo intonava il proprio inno nazionale,
mentre altri pregavano. Ecco il drammatico resoconto di un altro sopravvissuto,
Yehoshua Rosenblum, anche lui membro di un Sonderkommando.
Un giorno Rosenblum scortò un rabbino molto conosciuto e amato allora fra gli ebrei
alla camera a gas e avvisò il vecchio uomo nudo che stava andando a morire.
“Gli dissi che avrebbe dovuto dire una preghiera”.
Racconta “e poi lo invitai a coprirsi il capo, come è normale per un ebreo
che si appresti a intonare una preghiera.
“Così” furono le mie parole “puoi dire una preghiera prima di morire”.
Avevo l’opportunità in quel momento di parlare con qualcuno su ciò che accadeva lì.
“Bambini, genitori che non hanno mai fatto del male nella loro vita,
perchè deve succedere questo ?”, gli domandai.
Egli mi rispose: “Calmati. E’ proibito lamentarsi. Questo è il volere di Dio.
Non si può dare risposta a queste domande”. E continuò dicendo:
“Racconta al mondo quello che queste persone malvagie stanno facendo agli ebrei”.
Rosenblum ribatté: “Rabbino, oggi tocca a te, domani forse a me”:
Tutti i componenti dei Sonderkommando si aspettavano prima o poi di dover finire
anche loro nelle camere a gas: era parte del gioco.
I nazisti si assicuravano il loro silenzio uccidendoli di tanto in tanto
e iniziando nuovi arrivati dell’ultimo trasporto.
In ogni momento, in quell’estate, si faceva di tutto per salvarsi la vita.
Ma bastava un attimo per perderla. Max Garcia, un ebreo di Amsterdam,
fu salvato dall’appendicite. Dopo 4 giorni di dolori lancinanti
fu mandato all’ospedale del campo che spesso significava ricevere un biglietto per il crematorio.
Ma il chirurgo delle SS non aveva mai visto un caso di appendicite acuta
e decise di operare Garcia per fare un esperimento.
Un altro deportato, Sal De Liema, anche lui olandese, fu invece salvato perchè un Kapo
gli aveva rotto gli occhiali da vista così, per ripicca.
De Liema subito dopo fu mandato a una selezione di persone sane alla camera a gas.
Chiese ad un altro prigioniero il motivo e la risposta fu: “Portavano gli occhiali”.
Lui si salvò perchè non li aveva più.



Ma la grande notizia di Auschwitz di quella terribile estate del 1944
era la fuga di due prigionieri entrati poi nella storia:
Mala Zimetbaum ed Edward Galinski.
La loro fu la fuga più famosa tra le centinaia tentate ad Auschwitz,
perchè, anche se fallì, diede coraggio alle migliaia di internati che li avevano conosciuti:
i due morirono, ma dimostrarono, per la prima volta,
che era possibile ribellarsi ai perfidi aguzzini nazisti.
Mala Zimetbaum, che aveva appena 20 anni nel 1944
era una delle prigioniere più straordinarie passate dal campo.
Conosceva bene molte lingue e perciò fu messa a lavorare come messaggero ed interprete.
Mala usufruì della propria posizione per svolgere compiti a favore della resistenza del campo,
cercando addirittura di sostituire le carte di identità di donne
selezionate per la camera a gas con quelle di donne già decedute.
La Zimetbaum si innamorò di Edward Galinski, un prigioniero politico polacco,
e i due organizzarono la loro fuga.
Riuscirono a corrompere un uomo delle SS affinchè fornisse loro un’uniforme,
mentre la Zimetbaum era riuscita a procurarsi un permesso di uscita dal corpo di guardia.
Il 24 giugno Galinski varcò il cancello di Auschwitz, vestito da SS
con una prigioniera legata con una corda. Ma Auschwitz non lasciava tanto facilmente le proprie vittime.
Furono catturati due settimane dopo, ancora nel Sud della Polonia
e riportati al campo per l’esecuzione. L’impiccagione fu fissata per il 15 settembre.
Galinski per primo: si mise il cappio al collo e, con un colpo,
diede un calcio alla sedia che serviva da sostegno, gridando: “Lunga vita alla Polonia!”.
La Zimetbaum era in piedi di fronte alle prigioniere radunate
per ascoltare una lezione sulle conseguenze di un tentativo di fuga.
Ma prima che le guardie riuscissero a portarla sul patibolo,
Mala Zimetbaum si tagliò le vene con una lametta da barba
sporcando con il suo sangue i perfidi carnefici.
Nell’autunno del 1944 era ormai chiaro che i tedeschi stavano perdendo la guerra.
“Voci” sempre più insistenti di una prossima ritirata dei nazisti
cominciavano a girare anche nel campo di Auschwitz, malgrado la rigida censura
militare. Per i membri del Sonderkommando,
che non si aspettavano di sopravvivere alla guerra,
questa situazione significava soltanto una cosa:
era venuto il momento di tentare il tutto per tutto.
Ottennero dunque l’aiuto dei prigionieri che lavoravano in una fabbrica di munizioni,
per la maggior parte donne, per ricevere di contrabbando
la polvere da sparo, pochi grammi per volta.
Quindi prese forma un piano per far saltare in aria le camere a gas,
attaccare le guardie e tagliare il recinto elettrico che circondava Auschwitz e Birkenau.
Ma prima di poter mettere in atto il piano, il 7 ottobre 1944,
le SS richiesero il “trasferimento” di 300 componenti i Sonderkommando,
un mero eufemismo che significava soltanto una cosa:
la condanna a morte, e le vittime decisero di morire combattendo.
Senza alcun piano preciso, senza organizzazione
e in assoluta inferiorità numerica, i ribelli non avevano alcuna possibilità di successo.
I Sonderkommando lottarono contro le truppe bene armate delle SS con coltelli, catene,
pietre e forse qualche granata artigianale.
Qualcosa funzionò: balle di capelli umani, destinati per le fabbriche tedesche di tappeti
erano state nascoste nel soffitto del crematorio n.4;
i Sonderkommando le imbevvero di benzina e diedero fuoco,
facendo andare in fiamme il tetto di tutta l’enorme struttura.



Tre uomini delle SS furono uccisi. Nessuno però riuscì a scappare
e dei 663 membri di quello che fu l’ultimo Sonderkommando, 451 furono uccisi dalle SS
e spediti nei forni crematori lo stesso giorno.
Delle donne che li avevano aiutati, quattro,
Roza Robota, Ester Wajeblum, Ala Gertner e Regina Safirztain,
furono arrestate e portate nell’infame prigione del Blocco II,
dove furono sottoposte a tortura per settimane, senza peraltro svelare i nomi degli altri cospiratori.
Quando passò l’autunno e arrivò l’inverno e l’Armata Rossa si avvicinava sempre più,
nuovi ordini giunsero da Berlino.
Cessarono i trasporti, i crematori smisero di bruciare.
Di fatto, tutto l’enorme apparato di morte messo in piedi dai nazisti veniva furiosamente ribaltato.
I tedeschi cercavano in ogni modo di far sparire le tracce di ciò che era stata
la “grande operazione” del Terzo Reich.
Le truppe mandate a pulire i camini dei crematori, dovevano grattare via gli spessi depositi di grasso umano.



I prigionieri affrontavano questi sviluppi con una confusione di emozioni:
erano felici di vedere che i nazisti stavano perdendo, ma erano preoccupati
dalla convinzione generale che i tedeschi li avrebbero prima o poi massacrati tutti.
L’offensiva sovietica nella Slesia Superiore iniziò il 12 gennaio
e i tedeschi retrocedettero in fretta e in furia.
Il 18 gennaio, lunghe colonne di prigionieri iniziarono a marciare verso l’uscita del campo,
migliaia alla volta, passando sotto la famosa scritta riportante l’oscena promessa:
Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi),
lasciandosi alle spalle i resti dei camini che avrebbero dovuto essere
l’unica loro via d’uscita.



I prigionieri erano allo stremo delle forze ancor prima di iniziare la spaventosa marcia
verso la Germania e gli altri campi di concentramento.
I più avevano solo delle scarpe di legno o stracci a copertura dei piedi
mentre a fatica si trascinavano camminando sul fango gelato.
Gli ufficiali tedeschi adottarono una regola semplice:
chiunque rimanesse indietro per una qualsivoglia ragione, veniva ucciso sul posto.
“Tu eri fuori, non c’erano più cancelli, ma non eri libero”,
racconta Siggi Wilzing, un altro eccezionale testimone di quei tempi terribili
“se pensavi che il campo fosse il peggio, dovevi solo aspettare fino alla marcia della morte”.
Wilzing indossava scarpe decenti, ma dopo molti giorni di marcia
un laccio si ruppe e questo avrebbe potuto costagli la vita.
Proprio in quel momento notò un arboscello che spuntava dalla neve.
“Lo strappai e con quello legai la scarpa, in tempo per riunirmi nella marcia
prima di essere individuato da una SS”.
Siggi si salvò così “E’ stato il Signore ad aiutarmi” afferma con sicurezza oggi.
All’inizio del 1945 i sopravvissuti dai campi di concentramento
liberati dai russi cominciavano a camminare come uomini e donne liberi
e, miracolosamente, riprendevano quando possibile, la normale vita di “prima”.
Chi ritornava a fare il sarto, chi il gioielliere, il dottore o lo scrittore;
alcuni andarono in Palestina, dove il destino aveva in serbo per loro un’altra guerra:
quella per l’indipendenza d’Israele. Gli ex deportati, piano piano,
ritornarono ad essere, almeno in apparenza, anonimi cittadini.
Impossibile distinguerli tra la folla, a meno che non si notassero i numeri tatuati sull’avambraccio.
In realtà nessuno sopravvissuto ad un campo di concentramento sarebbe mai tornato “quello di prima”.



Il ricordo di quegli orrori che avevano vissuto e della morte di milioni di innocenti,
sterminati solo perchè ebrei, non li avrebbe mai più lasciati,
riempiendo le loro notti di incubi allucinanti.
Incubi che ebbero come protagonisti personaggi come il dottor Mengele,
un uomo alto e bello, con gli stivali lucidi, che aveva potere di vita e di morte
e che uccideva uomini, donne e bambini così, come si schiaccia una formica, con indifferenza.
Gli occhi di Rita Yamberger, la prima protagonista delle drammatiche testimonianze
che abbiamo raccolto sono invece ancora avvolti nel ricordo di un bambino,
il figlio di sua sorella, che le era stato tolto di mano in malo modo,
proprio da Mengele, e spinto verso sinistra,
era finito nella fila destinata alle camere a gas.
“Da lontano vedevo quel bambino”, dice Rita con un fil di voce.
“Era perso tra la folla e gridava cercando la sua mamma.
Si sentiva perso. Spero che abbia trovato la mamma, mia sorella Berta,
e che siano andati incontro alla morte insieme”.

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