Privacy Policy PENAN DEL BORNEO




PENAN DEL BORNEO
il popolo che lotta per le foreste



I Penan vivono nella foresta tropicale più antica del mondo (150.000.000 di anni),
che sorge nel Borneo, nei pressi del mar Cinese meridionale.



Questa regione appartiene allo stato di Sarawak,
che dal 1963, anno che segnò la fine della sovranità britannica,
fa parte della federazione malese.
Il Sarawak è ancora in gran parte coperto da una fitta foresta pluviale,
tagliata da fiumi gonfi e limacciosi.
E' uno dei polmoni della Terra. Una selva umida che vanta una delle maggiori biodiversità:
ogni dieci chilometri quadrati contiene 1500 tipi di piante da fiore,
750 specie di alberi, 125 di mammiferi, 400 di uccelli e 150 di farfalle.
E la catena montuosa - oltre i 2000 metri di quota - che delimita la frontiera
tra Sarawak e Kalimantan (il Borneo indonesiano)
è circondata da una delle foreste più impenetrabili.
Qui vivono i Penan che da decenni si battono per fermare il disboscamento delle loro terre.
Nel corso degli anni alcune comunità hanno avuto la meglio,
ma altre hanno dovuto assistere alla devastazione delle loro foreste,
all’inquinamento dei loro fiumi e alla scomparsa delle piante
e degli animali da cui dipende la loro sussistenza.
La foresta è un elemento essenziale per i Penan, e fornisce loro
tutto ciò di cui necessitano per sopravvivere.
I dati ufficiali parlano di circa 10.000 Penan, oggi semisedentari,
mentre solo poche centinaia sono rimasti nomadi.
In Sarawak vivono altri venti popoli indigeni, collettivamente chiamati Dayak
(alcuni dei quali famosi tagliatori di testa),
tutti più o meno dipendenti dalle foreste.
In malese serawak vuol dire antimonio, un metallo che in questa terra –
ricca soprattutto di petrolio e legname - si estrae da secoli.
Qui vi è il Gunung Mulu National Park,
vero e proprio patrimonio naturalistico mondiale,
un’enorme riserva di oltre cinquecento chilometri quadrati
con la più antica foresta pluviale vergine della terra (vecchia di centocinquanta milioni di anni).



I Penan vivono in piccole palafitte costruite in mezzo alla foresta.
Sono poco avvezzi ai conflitti e non conoscono divisioni gerarchiche.
I bambini sono considerati membri della società a pieno titolo,
e difficilmente vengono puniti od obbligati a fare qualcosa.
I Penan sono uno degli ultimi popoli di cacciatori raccoglitori nomadi,
hanno sempre vissuto in simbiosi con la foresta, non praticano l'agricoltura
e non conoscono la proprietà privata della terra.
Nei loro ripari trascorrono massimo due settimane, per poi riprendere la caccia
(con frecce avvelenate scagliate da cerbottane) a maiali selvatici,
cervi, scimmie,leopardi nebulosi e orsi neri.



Ridotti a meno di 4000 individui sono la tribù più smarrita e senza futuro del Borneo.
Restano poche centinaia quelli che ancora vivono vagando nella foresta del Sarawak settentrionale.
Il governo malese li vorrebbe sedentarizzare:
“Noi vogliamo solo tirarli fuori dalla giungla – spiegano i politici di Kuala Lumpur -
offrire loro un decente stile di vita.
Vogliamo che i bambini vadano a scuola, non nella foresta a cacciare le scimmie”.
I Penan dal canto loro rispondono: “Noi vogliamo il progresso, le scuole, gli ospedali,
ma non vogliamo perdere le nostre tradizioni.
Anche se oggi non riusciremmo più a vivere senza magliette né scarpe – spiegano
– è in mezzo alla macchia che troviamo tutto quello che ci occorre:
acqua, cibo, materiale per le nostre armi, medicine”
"La foresta ci dà protezione, il cibo e le sostanze per la nostra medicina.
La storia del mio popolo si sviluppa nella foresta" dice Mutang Urud.,
un guerriero penan che da anni si batte per la sua terra ed è stato anche in prigione.



Il loro divertimento è andare a caccia con il keleput che è uno strumento di caccia
preciso ed efficace i cui dardi possono uccidere un uomo per aritmia in un paio di minuti.



Anche il veleno, il tajem, viene dalla foresta: sgorga da una corteccia di un albero
che solo loro riescono a riconoscere.
I Penan mangiano una grande varietà di animali del bosco, compresi gli uccelli,
scoiattoli, scimmie, lucertole, cervi.
Ma l'animale più pregiato è il maiale barbuto che a volte pesa più di cento chili,
uno di questi animali può fornire abbastanza carne
per sfamare un gruppo nomade per diversi giorni.



L'arma da caccia tradizionale dei Penan è la cerbottana. detta keleput,
Un'arma micidiale più leggera e più precisa di un fucile da caccia,
Viene prodotta con materiali forestali,
La freccette uccide silenziosamente, permettendo al cacciatore in certi casi <
di uccidere diversi animali o, in alternativa, di ripetere il colpo.
Le freccette sono immerse in un veleno chiamato tajem, preparato dal lattice di un certo albero.
A differenza del curaro, un miorilassante della Amazonia che uccide provocando soffocamento,<
il tajem interferisce con il funzionamento del cuore, provocando aritmie letali.
Mentre le piccole creature come gli uccelli e gli scoiattoli muoiono quasi istantaneamente
per l'effetto del veleno, grandi animali come i maiali
possono vivere per molti minuti prima di soccombere.
Durante questo periodo il cacciatore segue silenziosamente l'animale morente.



Per i Penan la foresta è viva, pulsante e soddisfa in mille modi i loro bisogni fisici
e la loro preparazione spirituale.
I prodotti della foresta includono radici che puliscono, foglie che curano,
frutti e semi commestibili e piante magiche scovate da cani e che hanno il potere
di disperdere le forze dell'oscurità.
Raccolgono piante che producono colla per intrappolare gli uccelli,
lattice velenoso per ricoprire i dardi, rare resine e gomme da vendere,
corde per fare cesti, tronchi per fare barche, strumenti vari e strumenti musicali...
Per i Penan tutte queste piante sono sacre, posseggono un'anima e nascono
dalla stessa terra che fa nascere i popoli.



Il sago palma è un albero a crescita rapida il cui tronco vigoroso è carico di amido.
La specie più comune ha più tronchi.
I Penan raccogliere il più grande di questi, preservando con cura i germogli più piccoli per i raccolti futuri.
Una volta abbattuto, ogni tronco viene tagliato in sezioni
e rotolato giù per la collina, ad una fonte di acqua.
Qui si divide in pezzi e il midollo morbido è pestato e sfilacciato con un martello di legno.



La pasta fibrosa è posto su una stuoia rattan finemente tessuta che poggia su un telaio rialzato.
Esso viene impastata con i piedi e acqua è versata sopra esso, in modo che l'amido filtri
attraverso il rattan e depositi una pasta densa bianca sulla superficie.
L'amido umido viene poi asciugato sul fuoco per produrre la farina reale sago.
Solo i maschi vanno a caccia, le donne, i bambini e gli anziani si dedicano
alla produzione di sago.
Una famiglia può elaborare abbastanza sago in un giorno da sfamare se stessa per una settimana.



Se il tempo libero è una misura della ricchezza, il nomade Penan
è tra le persone più ricche della terra.
Poiché in una foresta tropicale, il ciclo di crescita e decadimento procede
molto più rapidamente che in un bosco temperato
e le foglie cadute cominciano a marcire quasi prima di toccare il suolo,
e le sostanze nutritive in esse contenuti sono rapidamente assorbite,
il suolo della foresta è praticamente privo di sostanze organiche.
Questo, unito alle abbondanti piogge, rende le radici profonde praticamente inutili.
per questo motivo il novanta per cento delle radici
non penetrano per più di dodici centimetri nel terreno.
In assenza di sistemi di radici profonde, molti dei più grandi alberi forestali
sono supportati da immensi contrafforti al di fuori dalla base del tronco (radici pensili).
In qualsiasi altra parte del mondo, queste terre potrebbero essere deserti.
Solo le precipitazioni e la temperatura e il modo rapido in cui i nutrienti vengono riciclati,
isolano la foresta dalla scarsa qualità del terreno e permettono la crescita rigogliosa.
La foresta pluviale è letteralmente un castello di grande raffinatezza biologica
costruito su fondamenta di sabbia.
La rimozione di questa copertura forestale mette in moto una reazione a catena di disastro biologico.
Le temperature aumentano drammaticamente, l'umidità e i tassi di evapotraspirazione
aumentano precipitosamente.
Le piogge torrenziali lavano via le restanti sostanze nutritive
e causano cambiamenti chimici nel suolo.
Gran parte del terreno appena esposto, soprattutto le aree che sono state compresse
da macchinari pesanti, può trasformarsi in una roccia dura di argilla rossa
in cui neanche le piante pioniere riescono a crescere.
In altre zone crescono solo piante tolleranti che invadono le radure,
crescendo in un misero intreccio di alberi sterili.
Nel Sarawak, una delle conseguenze più immediate e drammatiche del disboscamento
è l' interramento dei fiumi. che prima scorrevano limpidi e ora sono soffocati da fango e detriti
Le forti piogge aumentano la quantità di limo in sospensione,
spesso causando la moria di migliaia di pesci.
I Penan vivono in simbiosi con la foresta: quando uno di essi entra in un punto sconosciuto
di essa,non ha paura di perdersi, masegue il suo istinto:
"Il verme può morire di fame ed il topo-cervo può perdersi nella foresta,
ma noi Penan mai!"
Così dice uno degli ultimi nomadi raccoglitori-cacciatori della foresta.



I Penan suonano un tipo di musica usando l'acqua.
Essi percuotono la superficie di un fiume con le mani a coppa.
Un tipo di“Borneo bluegrass” è suonato dopo il tramonto con un flauto a naso
e due strani strumenti a corda il satung e il sapeh




La religione tradizionale dei Penan è una religione animista.
Essi credono in un dio supremo chiamato Bungan e adorano Aping il dio della foresta.



La tragedia di questi popoli richiama quella degli indios amazzonici.
La foresta costituisce infatti una formidabile fonte di affari, che schiaccia senza pietà
la varietà ambientale e i diritti dei popoli indigeni.
Il disboscamento diviene quindi il nemico dei Penan e dei Dayak:
nel corso degli anni Ottanta, oltre la metà del legno tropicale esportato nel mondo
provenne da queste foreste.
Perfino l'Organizzazione internazionale del commercio di legno tropicale
critica le quote malesi. Le autorità governative sostengono di sfruttare il patrimonio forestale
in modo selettivo, ma in realtà si tratta di uno scempio che arriva a diradare
i due terzi della sconfinata foresta tropicale.
La caduta degli alberi giganteschi ed i bulldozer devastano la foresta.
Il disboscamento procede a pieno ritmo, giorno e notte.
A causa dell'erosione i fiumi si trasformano velocemente in torrenti di fango:
la conseguenza è l'inquinamento dell'acqua potabile.
Il disboscamento determina la scomparsa di pesci, uccelli, piccoli mammiferi, alberi da frutto:
in altre parole, delle principali fonti d'alimentazione per gli indigeni.



I Penan stessi vengono deportati in campi dove muoiono di infezioni, di malattia, di fame.
Alcuni organizzano manifestazioni non violente, generalmente bloccando l'accesso delle strade ai bulldozer.
Il prezzo che pagano è alto: alcuni vengono feriti o uccisi, altri vengono imprigionati e torturati.
"Noi non siamo come gli uomini di città, che hanno il denaro e possono comprare le cose.
Se perdiamo tutto ciò che la foresta ci dona, noi moriamo."Uomo Penan, Ba Lai
Mutang Urud, membro del popolo Kelabit e fondatore dell'Alleanza
dei popoli indigeni di Sarawak,negli anni Ottanta iniziò ad organizzare
la difesa dell'ambiente contro il saccheggio ambientale portato avanti dalle industrie del legno.
Una difesa non violenta che ha ottenuto il sostegno di associazioni ecologiste e per i diritti umani.
Pioniere di questo movimento è stato il fotografo svizzero Bruno Manser,
che per sei anni ha condiviso la vita dei Penan dando eco mondiale alla loro situazione tragica.
Nel 1990, perseguitato dalle autorità malesi, è stato costretto a lasciare il paese.
Mutang Urud, intanto, spera nella solidarietà internazionale.
Molte imprese del legno gli hanno offerto grosse somme affinché rinunci alla sua lotta,
che invece continua con rinnovato slancio.
Molte cose sono venute in nostra conoscenza attraverso il lavoro di Bruno Manser
che ci ha lasciato un patrimonio eccezionale di foto scattate dal 1984 al 1990 in Malesia.
Egli è diventato un simbolo della lotta contro le multinazionali che distruggono le popolazioni indigene.
A causa di queste foto e per il suo impegno contro la deforestazione selvaggia al fianco dei Penan,
Manser è scomparso misteriosamente nel 2000 durante una delle sue spedizioni nel Borneo.
Il suo corpo non è mai più stato trovato. Rimangono i sospetti che a eliminarlo siano state forze governative.
Rimangono le sue foto, circa diecimila, tutte adesso rigorosamente catalogate e consultabili via web,
dopo 3 anni di duro lavoro della Fondazione Manser .



Tutte le notizie sono ricavate da pubblicazioni del web,
il copyright appartiene ai relativi autori.

VIDEO




Le immagini e le notizie sono prese dal web
il copyright è dei rispettivi autori