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POMPEI




 
 


SCUOLA

Inizialmente l'educazione dei bambini era affidata ai genitori:
la madre li educava ai buoni sentimenti ed il padre si occupava
dello sviluppo fisico, insegnava loro la lettura,
la scrittura e le leggi dello Stato.
Ai più grandi uomini di Roma, come Catone il Vecchio e Paolo Emilio,
non dispiaceva sottrarsi agli affari e alle proprie attività
per insegnare l'abbiccì ai propri ragazzi,
nello stesso modo che non trovavano indecoroso
farsi accompagnare da loro nelle cerimonie più austere
o trascinarseli per mano nelle sacre processioni.
I figli quindi imparavano con gli occhi più che gli orecchi,
osservando l'amore per il lavoro, la pratica della virtù civica,
la sanità e la fermezza morale.
Ma la stessa Roma fu scuola di educazione per il fanciullo.
Il padre, infatti, lo accompagnava spesso e volentieri al foro,
ai Comizi, al campo Marzo; per cui assisteva alle discussioni
e alle contrattazioni, partecipava alle feste religiose,
si addestrava negli esercizi militari.
Furono questi i metodi che, facendo del padre,
la guida costante del figlio
nei primi contatti con la vita del mondo,
assicurarono la continuità spirituale della razza.



La pratica educativa cambiò radicalmente dopo le grandi conquiste,
sia perché si fece sentire sempre più l'influenza della cultura ellenistica,
sia perché i padri erano ormai troppo presi dagli affari,
dalla guerra, dalla vita pubblica.
I figli delle famiglie agiate furono quindi affidati a un pedagogo,
uno schiavo o un liberto istruito, mentre quelli delle famiglie più povere
che non erano in grado di acquistare e di mantenere un maestro,
furono mandati nelle scuole private.
Anche qui l'insegnamento era svolto da schiavi,
in genere originari della Grecia, ma l'amministrazione
era tenuta dai loro proprietari che traevano lauti guadagni
riscuotendo la tassa di frequenza.
Plinio il Giovane considerava funesta per i severi costumi romani
l'abitudine delle madri di rinunciare all'educazione dei loro figli
proprio quando i giovani avevano più bisogno di una guida.

Plinio, soprattutto riteneva che questo comportamento
avrebbe accresciuto il loro vivere oziosamente rischiando così
che alcune di loro passassero dalla noia alla dissolutezza.
Inoltre spesso i precettori
erano schiavi, o al più liberti, cosicché non era raro il caso
che i fanciulli non obbedissero al magister,
per condizione loro sottoposto:
«Sono io il tuo servo o tu mio?».

Non diversamente si comportavano i fanciulli di condizione modesta
affidati a un precettore che, pagato
con un misero salario di 8 asses al mese,
cercava di rimpinguarlo con altre occupazioni
come quella di scrivano pubblico e che, per farsi obbedire,
doveva ricorrere spesso alla frusta,
molto usata ancora ai tempi di Marziale.
L'insegnamento che si impartiva nei primi tempi
consisteva nell'imparare a leggere, scrivere e far di conto.
Ma, negli ultimi anni della Repubblica e durante l'Impero,
l'istruzione del giovane, si fece  più complessa passando per tre gradi:
Il Grado elementare, (Ludus litterarius) affidato al litterator
che svolgeva le lezioni nella scuola del ludi magister;
consisteva in un quinquennio, durante il quale,
oltre a leggere e a scrivere, si praticava il dettato,
il calcolo con l'abaco o i calculi (sassolini che servivano per l'addizione),
si impartivano nozioni musicali, di storia, geografia, narrazione.

Quando i ragazzi avevano imparato a leggere e a scrivere alla meglio,
si perfezionavano nella scrittura e imparavano a far di conto
e a stenografare sotto la guida, rispettivamente,
del tibrarius, del calculator e del notarius,
maestri elementari anch'essi.
Il Grado medio,(ludus grammaticus) impartito dal gramaticus
iniziava all'età di dodici anni, durava tre anni e rappresentava
quella che noi chiamiamo scuola media, dove si studiava
la grammatica, che poteva essere latina, o greca e latina.
Oltre alle lingue nel ludus grammaticus si studiavano storia, geografia,
fisica, astronomia, aritmetica e geometria.
Gli allievi venivano educati alla lettura espressiva,
alla critica e alla valutazione del testo preso in esame
e dovevano imparare a memoria brani
della letteratura greca e romana,
da Omero ai tragici e lirici greci, da Ennio a Virgilio.
Compiuta la formazione letteraria a 16 anni,
il giovane romano, se aspirava alle cariche pubbliche,
s'iscriveva al Grado superiore, svolto dal rector.
(professore di eloquenza), dove completava la sua cultura
e apprendeva l'oratoria, allargando la propria cultura
con lo studio di testi classici,tra i quali si dava
la massima importanza ai prosatori
che aiutavano ad apprendere la difficile arte del dire.
Quest'altra fase durava 2 anni , dopo la quale,
gli studenti che volevano continuare gli studi
dovevano recarsi ad Atene, Pergamo, Rodi o Alessandria.

Spesso il maestro, non disponendo di aule,
al mattino, raccolti gli allievi, li conduceva in un luogo pubblico
quale il Foro o il Campus e sotto gli ampi porticati di tali edifici
o all'angolo delle strade,nel cortile di un edificio, sotto una tettoia,
vicino ad una taverna oppure in una stanza
presa in affitto. teneva la propria lezione.



L'anno scolastico cominciava a marzo dopo le Quinquatrus,
festa in onore di Minerva e sacra soprattutto agli scolari;
vi erano delle vacanze nei giorni festivi e ogni nove giorni (nundinae).
Che fosse ufficialmente stabilito un periodo estivo di vacanze
non risulta in modo chiaro; ma vi era l'uso
di far riposare i ragazzi durante la calda estate.
L'orario scolastico era di sei ore:
le lezioni cominciavano di buon mattino,
venivano interrotte verso mezzogiorno,
quando gli scolari tornavano a casa per il prandium (pranzo),
e riprese nel pomeriggio prolungandosi fino alle quattro del pomeriggio.
L'arredamento della scuola era semplice.
Solo in qualche scuola e in certi casi gli scolari
si riunivano col maestro intorno una tavola;
di regola non vi era il banco né per il maestro né per gli scolari;
il maestro stava seduto su di una seggiola con spalliera (cathedra)
o senza (sella), gli scolari su sgabelli, tenendo sulle ginocchia
la tavola su cui scrivevano e che portavano con sé,
insieme con la penna, la carta, l'inchiostro.



Ogni alunno delle elementari si recava a scuola munito di una cartella
(capsa)nella quale custodiva una lavagnetta coperta di cera,
la tabula cerata e una cannuccia appuntita, lo stilus,
per poter scrivere sulla cera e  una specie di pallottoliere,
l'abacus per imparare il calcolo.
Le tavolette cerate erano spalmate con cera mista a pece
e servivano per esercitazioni scolastiche:
si incideva la cera con lo stilus, un'asticciola metallica appuntita
con, sull'altra estremità, una piccola spatola rotonda
o piatta che serviva per cancellare le lettere già tracciate
e restituire alla cera l'uniformità della superficie.
Seduti su panche senza spalliere, gli scolari scrivevano sulle ginocchia,
silenziosi, ripetendo varie volte lo stesso esercizio.
Lo scettro del pedagogo era la ferula,
una lunga bacchetta con la quale richiamava
l'attenzione e l'interesse dei disattenti e degli svogliati.
Orazio ricorda la sua giovinezza rovinata dal suo precettore Orbilio,
che gli fece subire ogni sorta di sevizie.
Da cui il termine di orbilianismo usato più tardi
per evocare l’uso delle punizioni corporali.
A Pompei, una rovina mostra una scena di flagellazione
di un allievo recalcitrante: un adolescente nudo
issato sul dorso d’un compagno, immobilizzato da un altro,
sotto l’occhio indifferente dei condiscepoli.
Quintiliano (30-100) ha denunciato queste punizioni:
“Il dolore e la paura fanno fare ai bambini delle cose che
onestamente non si saprebbe riferire
e che, presto, li coprono di vergogna.
E’ ancora peggio se si è trascurato di assicurarsi
sui modi dei sorveglianti e dei maestri.
Non oso raccontare le infamie alle quali degli uomini abominevoli
si lasciano abbassare nel loro diritto di correzione manuale […]”
Per Quintiliano, la pena corporale era un disonore, un affronto,
una punizione adatta solo per gli schiavi.
Anziché correggere il bambino, lo inaspriva, e rendeva necessario,
per correggerlo una volta diventato adolescente,
delle punizioni ancora peggiori.



Nelle scuole secondarie gli studenti usavano rotoli di papiro,
ricavati dal midollo del papirus (pianta acquatica della Valle del Nilo)

sui quali scrivevano con penne d'oca, le pinnae appunto.
L'inchiostro, preparato mescolando fuliggine, feccia di vino,
nero di seppia, pece ed altre sostanze gommose
era di durata indefinita; ce lo hanno dimostrato i papiri ercolanensi,
che rimasti sepolti sotto uno strato di cenere durante l?eruzione del 79 d.C.,
sono tornati alla luce (in età borbonica) privi di consistenza e quasi carbonizzati,
ma ancora recanti chiari i segni della scrittura su essi tracciata
L'insegnamento richiedeva dagli alunni esercizi scritti e orali.
I primi consistevano in composizioni più varie
di quelle assegnate dal grammaticus
e graduate secondo la difficoltà: narrazioni, lodi o biasimi
di uomini celebri nella storia, brevi discussioni, confronti ecc.
Oralmente si facevano degli esercizi pratici di eloquenza
che avevano la forma o di suasoriae o di controversiae.
Le suasoriae erano monologhi nei quali noti personaggi
della mitologia o della storia prima di prendere una grave decisione
ne pesavano gli argomenti favorevoli e contrari;
nelle controversiae si svolgeva un dibattito fra due scolari
che sostenevano due tesi opposte.
Non era una discussione animata, a base di botte e risposte,
che ponendo lo scolaro di fronte all'imprevisto
lo abituasse all'agile schermaglia del foro,
ma l'esposizione continuata di due punti di vista contraddittori.



Alle esercitazioni davanti al retore poteva essere ammesso il pubblico,
anzitutto le famiglie degli scolari.
Propriamente le suasoriae erano delle declamazioni
 rivolte a consigliare o sconsigliare un’azione,
mentre le controversiae erano a carattere giudiziale.
Gli allievi potevano acquistare opere di autori famosi
presso l'editore (editor),che si serviva
di schiavi copisti (amanuenses).
I testi venivano trascritti su fogli di papiro
poi incollati uno di seguito all'altro: il lungo foglio
che si otteneva era rotolato (volumen da volvo= avvolgo)
intorno ad un bastoncino.



A partire dal II° secolo a.C. i Romani usarono anche la pergamena,
così chiamata dalla città di Pergamo, dove per la prima volta
si riuscì a rendere la pelle di capretto o di agnello sottile
e liscia tanto da poter essere usata per scrivere sui due lati.
I fogli di pergamena non venivano arrotolati come quelli di papiro,
ma piegati in quattro parti, formando così un quaternio,
da cui un quaderno di otto facciate;
più quaterniores formavano un codice (codex) cioè un libro.
L'istruzione era considerata un fatto privato,
quindi chi la desiderava doveva provvedervi a suo completo carico
e il maestro veniva pagato annualmente.
Chi entrava per la prima volta nella scuola,
portava al maestro un dono affinché facesse sacrificio a Minerva,
dea della sapienza e ne ottenesse il favore per i nuovi alunni.

Nelle scuole di campagna il maestro riceveva la sua mercede ogni mese:
qui si faceva vacanza anche nei quattro mesi dell'estate
cioè durante il raccolto delle olive e la vendemmia.
In Roma non accadeva altrettanto, tuttavia
nei mesi insalubri di agosto e di settembre,
i figli dei cittadini più ricchi,
seguivano probabilmente le famiglie in villa o ai bagni di mare.
I Romani erano molto esigenti con i litteratores o professori di letteratura
che dovevano conoscere i più minuti e stravaganti particolari
su tutti i personaggi dei poemi e delle tragedie greche e latine:
come pranzavano, come facevano il bagno,
come si chiamava la nutrice d'Anchise, quante anfore di vino
erano state regalate dai Siciliani a Enea ed ai suoi compagni ecc.
Malgrado questo erano pagati molto poco:
l'enorme quantità dei Greci che erano accorsi a Roma ad insegnare,
produceva una concorrenza rovinosa per tutti.
Non era così tuttavia per quelli che
si dedicavano all'insegnamento della retorica.
La didattica era quella di far esercitare la memoria,
imporre cioè l'apprendimento mnemonico del maggior numero
possibile di cose, facendo ricorso spesso alla frusta (vapula).
L?arredamento della scuola era molto semplice:
alcuni sgabelli per gli alunni, la cathedra o sella per il maestro,
elementi didattici come figurazioni o rilievi e magari carte geografiche.
I libri, conservati sotto forma di rotoli (volumen, da volvere),
venivano custoditi in armadi detti bibliothecæ (bibliopola era il libraio).






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