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INDIOS

I sopravvissuti

Quando i “conquistadores” portoghesi arrivarono in Brasile,
circa 5 milioni di indios popolavano quelle terre;
attualmente ne sopravvivono appena 200 mila, sparsi per tutto il territorio,
lottando duramente, nella regione amazzonica.



Solo poche tribù riescono ancora a mantenere la loro cultura, lingua e tradizioni,
in quanto, ovunque, è in atto un rapido e violento processo di acculturazione latino-americana.



All’arrivo dei conquistadores gli indigeni reagirono trasferendosi nell’interno,
in luoghi sempre più inaccessibili; spesso, però, sopraffatti e scoraggiati,
sono stati trasferiti in riserve dove intere comunità si sono lasciate morire,
le donne hanno rinunciato ad avere figli e ci sono stati casi di suicidi collettivi.
La costruzione di Brasilia, al centro del Brasile e
l’apertura delle grandi arterie transamazzoniche,
per migliaia di chilometri, hanno esteso le frontiere della cosiddetta “civilizzazione”,
soffocando le ultime speranze di sopravvivenza delle popolazioni indigene tribali.
Soltanto all’interno della foresta amazzonica molti gruppi etnici
sono riusciti a sopravvivere all’improvvisa e devastante presenza dell’uomo bianco,
il cui contatto, molte volte si è tradotto in trasmissione di malattie epidemiche,
stragi di intere comunità, espropriazioni di terre,
anche se negli ultimi tempi molti uomini di successo e di spettacolo,
ome il cantante inglese Sting si sono messi dalla loro parte per difendere la loro cultura.



Il problema principale degli indios brasiliani oggi, è quello delle terre; infatti
spesso, le riserve non sono delimitate e quindi fazendeiros, multinazionali e mafiosi,
occupano ed invadono i territori alla ricerca di nuovi pascoli,
nuove miniere da sfruttare, nuove terre da coltivare.
Due terzi della popolazione indigena ha già perso le terre dove viveva, pescava e cacciava.
Nel 1967 fu istituito un organismo per la tutela dei loro interessi,
la FUNAI (Fondazione nazionale per gli indios) che, però, si è dimostrata
totalmente asservita agli interessi politici ed al potere economico del governo locale

.

Al confine con il Brasile, nella regione del Venezuela sopravvive
una tribù che mantiene ancora intatte le sue tradizioni e la sua cultura:
si tratta degli indios…..Yanomami.



La popolazione degli Yanomami vive nella foresta amazzonica
occupando un'area geografica tra il Venezuela e il Brasile
(longit. 64°/66° O latit. 1°/4° N)
di difficile accesso.
Gli Indios sono i discendenti dei gruppi umani che giunsero fra i primi nelle Americhe provenienti dal nord. <
Vivono in capanne di frasche e dormono su un’amaca tessuta con fibre che viene tesa da un albero all'altro.



Gli Indios vanno sempre in giro nudi ma si adornano di splendide piume.
Un villaggio Yanomami è circondato da una giungla impenetrabile,
completamente isolato per centinaia di chilometri.
E' una piccola oasi di vita umana,
formato da una specie di capanna semicircolare con tetti a spiovente,
lo SHABONO



ciascun tetto declina verso l’esterno ed è costituito da un’intelaiatura di stecche ricoperte di foglie.



Tra i pali di sostegno gli indios stendono le loro amache
ed ogni famiglia vive in un settore del tetto dove ha il suo focolare,
le sue suppellettili.
La tessitura delle amache, la raccolta e la filatura del cotone sono prerogative femminili.
I bioccoli di cotone vengono contesi ai colibrì, che se ne servono per costruire il nido.
La vita intima familiare si svolge nella parte posteriore del tetto
mentre la vita sociale e religiosa nella parte anteriore, nella piazza



Yanomami, e la sua variante dialettale yanowami, significa ”essere umano”.
Yanomami Thë pë sono le persone e napë è tutto quello che non è Yanomami,
compresi gli altri gruppi indigeni e noi occidentali
Le unioni sono regolate da una serie di leggi, che impediscono il matrimonio tra cugini paralleli
(i figli dei fratelli dei padri, nel primo caso, o i figli delle sorelle delle madri, nel secondo),
mentre è permesso tra cugini incrociati
(i figli delle sorelle dei padri, nel primo caso o i figli dei fratelli delle madri, nel secondo).
E' conosciuto il matrimonio avuncolare (lo zio sposa la nipote),
il levirato (la vedova sposa il fratello del marito)
e il sororato
il vedovo sposa la sorella della moglie).
A causa della più frequente mortalità dei maschi, legata alle loro attività di caccia e di guerra,
in molte tribù è diffusa la poligamia.
. Un uomo può avere più mogli, per lo più sorelle fra loro.
Le condizioni igieniche non sono ideali:
l’immondizia è abbandonata dappertutto ed in questo clima caldissimo fermenta rapidamente.
Gli Yanomami soffrono di varie malattie: dalla tenia alla diarrea, a malattie del sangue e della pelle.
In questi territori ci sono molte zanzare e migliaia di mosche Tze Tze
, la cui puntura è molto dolorosa e provoca la malattia del sonno.



Di sera, inoltre escono le pulci della sabbia che si attaccano alle palme dei piedi
e penetrano sotto la pelle, sotto le unghie e, se non vengono rimosse subito,
formano dei gonfiori grossi quanto un pisello e dolorose infiammazioni.
Ci sono inoltre innumerevoli parassiti che si nascondono dappertutto.
Gli Yanomami vivono della coltivazione della terra, la caccia, la pesca e la raccolta di frutti e
radici, attività che si svolgono nelle vicinanze delle abitazioni.
I pesci vengono trafitti a colpi di freccia dalla riva o dalla barca con un’abilità incredibile.



La coltura di uno spazio di terra chiamato conuco rappresenta l'80% della produzione degli alimenti;
per gli Yanomami, difatti la vita delle comunità è strettamente legata a questo.
I posti appropriati per la coltivazione sono scelti
(mediante l'osservazione della presenza di determinati gruppi di piante nella zona)
da un consiglio informale formato dai membri più anziani della comunità.
Questi conucos non distano più di mezz'ora a piedi dalle abitazioni.
La terra viene pulita con asce di ferro (nel passato si usavano quelle di pietra),
machetes e poi con il fuoco.
Una volta finita questa pulizia si lascia riposare per un po’ di giorni
e si semina in un primo ciclo una gran varietà di piante:
platano, mais, cotone, tabacco, un tubero chiamato ocumo ecc.
Passato il primo anno, però, è il platano la pianta dominante.
La piantagione ha una vita media di quattro anni, al quinto anno viene abbandonata
e gli Yanomami si spostano altrove dando tempo così alla giungla di rigenerarsi.
Gli Yanomami si alzano verso le sei del mattino,
fanno colazione con banane arrostite alla brace, quindi giocano un po’ con i loro bambini.
Verso le nove le donne vanno nelle piantagioni per raccogliere banane e legna,
mentre gli uomini vanno a pesca sul fiume Orinoco o a caccia.
Dalle undici alle quattro fanno la siesta, arrostiscono le banane e giocano.



I bambini Indios vivono a contatto con la natura e sono pieni di creatività e semplicità.
Mentre nella nostra società i giocattoli sono molto sofisticati e si comprano nei negozi,
in Amazzonia sono offerti dalla natura.
Fin dai primi mesi di vita il bambino Indio gioca con pappagalli, tucani, farfalle,
tartarughe, scimmiette, colibrì e altri cuccioli di animali della foresta.



Quando il bambino arriva ai 4-5 anni di vita,
ai giocattoli naturali si aggiungono oggetti e strumenti
fatti dal papà o dalla mamma che,
oltre a divertire, hanno la funzione di insegnare al piccolo,
attraverso il gioco, quello che dovrà fare da grande.
Così i maschietti riceveranno piccoli archi e frecce che porteranno sempre con sé,
da soli o in gruppo, iniziando a esercitarsi nel tiro al bersaglio,
oppure suoneranno dei flauti imitando il suono delle cerimonie
che coinvolgono periodicamente tutta la tribù;
le bambine giocheranno con le bambole di argilla che ripropongono le scene della vita di tutti i giorni.
Nel frattempo continuerà il gioco con la natura: nuotare contro corrente,
tuffarsi, stare sott'acqua a lungo, arrampicarsi sugli alberi
e fare brevi escursioni nella foresta, sono attività
che occupano per intero la giornata dei bambini più grandicelli.



Nella tribù Tenetehara si gioca in questa maniera:
un piccolo indio rappresenta il daino, un altro fa il cacciatore,
mentre il resto del gruppo imita i cani
che cercano e inseguono la preda abbaiando.
Quando alla fine il daino è raggiunto, il cacciatore fa finta di ucciderlo
e di scuoiarlo e prepara il fuoco per cucinarlo alla brace.
Un altro bambino viene poi scelto per fare di nuovo il daino e un altro ancora per fare il cacciatore:
così comincia un nuovo inseguimento e il gioco continua.



Tra i bambini della tribù Xavante si pratica un gioco nell'acqua che si chiama «datisì wape»:
un bambino si arrampica e si siede sulle spalle dell'altro.
Lo stesso fa un altro bambino con un suo compagno.
Le due "coppie"entrano in acqua e cominciano a spingersi e a strattonarsi.
Vince chi fa cadere in acqua l'avversario.
Questo gioco di abilità è praticato sia dai bambini che dalle bambine.



La caccia è l'attività alla quale gli uomini partecipano con maggior entusiasmo.
Gli Yanomami non riescono a concepire un pasto senza carne.
Come strumenti usano solo arco, frecce e l'arpione, anche se in questi ultimi anni
hanno introdotto l'uso del fucile, proveniente dai contatti con la cultura occidentale
Le frecce sono di tre tipi a seconda del tipo di punta:
con punte lanceolate, fatte con la palma e usate per la caccia di animali di misura media;
con punte d'arpione, fatte con ossa d'animali e usate per la caccia di animali di grande taglia;
con punte incise, fatte con palma e con leggere incisioni perché si rompa dentro la ferita
e lasci andare il curaro (poderosissimo veleno) nel sangue.
Queste ultime sono usate quasi esclusivamente per la guerra.
Sulle loro frecce gli Yanomami usano incantesimi per migliorare la mira
collocando dei bulbi di piante magiche vicino alla punta.
A caccia ci vanno a piedi e percorrono lunghe distanze.



Si distinguono però due tipi di caccia.
La prima si chiama "rami" e si svolge vicino alle abitazioni,
in un raggio che non supera i 15 km.
La seconda "heniyomou" e viene organizzata in occasione di grandi feste come funerali,
o l'arrivo di ospiti e in questi casi gli uomini si assentano per diversi giorni,
percorrendo lunghissime distanze.
Cacciano una grande varietà di animali, ma i più apprezzati sono la scimmia e il tapiro.


Mangiano anche la rana, l'anaconda, il boa e altri serpenti minori,
uova di tartaruga, larve di vespa, termiti e tarantole
(offerte come prelibatezza per gli ospiti).
Sono divisi in 125 villaggi e ci sono luoghi dove l’uomo bianco non è ancora penetrato.
La loro pelle è chiara e la statura bassa: 1,50 gli uomini e 1.40 le donne.
Uomini e donne si rasano la testa al centro, lasciando intorno alla tonsura
una breve corona di capelli neri e ispidi;
gli uomini tengono il membro legato al prepuzio e allacciato in alto ad una cintura di filo di cotone,
il che rende più agevole e sicura la vita nella foresta.



Non fumano. Hanno i lineamenti fini ma usano deturpare il labbro inferiore
con rotoli di tabacco che coltivano a tale scopo ma che non fumano.



Gli Yonomami vivevano nudi fino a pochi anni fa;
l'introduzione del perizoma mascolino è molto recente.
Uomini e donne si vestono con un filo di cotone allacciato alla cintura,
al petto, alle caviglie e alle braccia;
gli ornamenti e il tanga, l'indumento femminile tinto con il rosso urukù sono di cotone .



Gli Yanomami usano bracciali fatti di pelle o cotone insieme a penne e fiori:<
i primi sono attributi maschili, i secondi femminili.
Entrambi i sessi si perforano i lobi delle orecchie per introdurre stecchi fini di palma, penne o fiori.
e donne si trapassano sempre il naso con uno stecco di palma come simbolo di bellezza.



Amano adornarsi le braccia con fasce di piume e mettono dentro
le orecchie delle cannucce che finiscono con piume multicolori.
Nel conuco seminano l' onoto e facendo bollire i suoi semi ottengono una tintura gialla
con la quale si spalmano il corpo o dipingono i cesti e il cotone.
La tintura viene mischiata con ceneri per creare una tonalità marrone
che serve a decorare il loro corpo (a seconda del rituale cui partecipano).
Usano il colore nero per le imprese bellicose, il rosso e il violetto per feste e riti.
Nelle feste usano anche argilla per imbiancare il corpo,
come simbolo di vita e del giorno in opposizione al nero che simbolizza la notte e la morte.
Non seppelliscono i morti ma li cremano e ingeriscono la polvere delle ossa pestate in un mortaio,
mischiate ad uno stracotto di banane, durante cerimonie
per fare in modo che il morto continui a vivere in loro.
Gli Yanomami hanno molti tabù e vivono in un costante stato di paura:
pensano di poter essere attaccati dagli spiriti maligni o da altri esseri umani.
Per questo quando lasciano lo shabono anche solo per trecento metri,
sono armati di tutto punto e portano frecce al curaro.
Per migliaia di anni gli indigeni della foresta hanno vissuto rispettando l'equilibrio naturale:
essi bruciavano sì tratti di foresta per liberare il terreno
dove dovevano costruire un villaggio
ma questo non ha provocato danni durevoli nella foresta.



Nelle pause della caccia e della pesca gli uomini si incaricano del disboscamento
e compiono le operazioni di semina o di trapianto.
Le donne raccolgono non solo i prodotti dell'orto, ma anche quelli spontanei, compresi molti tipi di vermi e insetti.
La loro conoscenza delle proprietà delle differenti piante
si estende anche all' uso di numerose piante medicinali;
si è infatti scoperto che presso la tribù degli Yanomami nel nord ovest dell’Amazzonia
la schizofrenia e altri disturbi del sistema nervoso venivano curati con erbe mediche.
Ancor oggi accendono il fuoco sfregando fra di loro due bastoncini di cacao selvatico.
Tutti gli utensili sono preparati con elementi vegetali e animali:
un pezzo di canna di bambù servw come rasoio,
la mandibola di pecari è usata come pialla per levigare l’ arco,
i denti di un roditore, la cotia o cunuculus paca, servono per formare un rudimentale scalpello,
le unghie di scimmia e l’ arco appuntito da un lato, forma una specie di cavicchio per seminare la terra,
una sorta di riccio, simile a quello della nostra castagna, serve da pettine.



Gli Indios, insuperabili cacciatori, sono altrettanto abili nel costruire armi.
Pochi sapienti tocchi trasformano una foglia di agave in una resistentissima fibra per la corda dell’ arco,
le punte delle frecce per i piccoli animali e per la guerra sono fatte con ossa o legno di palma.
Per la caccia grossa la punta è ricavata da una durissima canna di bambù
e ha la forma di una lancia, tagliente sugli spigoli che,
scagliata, penetra attraverso i tessuti più duri.
Sulle punte, colorate con il succo vermiglio di una bacca selvatica, l'urukù o onoto,
sono disegnati i bersagli più ambiti: giaguari, tapiri, cinghiali, quasi stilizzati.
Il disegno ha scopi magici: fa centrare il bersaglio e assicura
l’efficacia del colpo sulla vittima designata
Nelle discussioni e nei momenti di lotta comunicano fra di loro a monosillabi urlati,
tanto che gli altri Indi con dispregio chiamano gli Yanomami, Guajaribos, e cioè scimmie urlatrici,
anche riferendosi alla loro costituzione fisica.
Sovente a 13-14 anni le fanciulle sono già mamme.
Per gli Yanomami la malattia è un’entità cattiva che penetra nel corpo.
Il medico stregone, mediatore fra gli uomini e le potenze soprannaturali,
provvede a scacciarle con un rituale magico.
Operazione igienico-alimentare è l’eliminazione dei pidocchi,
cui partecipano con reciproca soddisfazione amici e familiari.
Con i pidocchi vengono mangiate anche le uova.
La lista viene completata da formiche, ragni abbrustoliti, vermiciattoli,
crisalidi di coleotteri e larve strappate ai favi di alveari selvatici.
Gli indigeni traggono i loro mezzi di sussistenza dalle centinaia di piante presenti nella zona.
I loro utensili sono in legno, in osso e in pietra e testimoniano una notevole povertà artigianale,
sufficiente però a preparare armi efficaci.
L’arma caratteristica delle popolazioni indigene amazzoniche è la cerbottana,
lunga canna dalla quale con la forza del fiato si espelle un dardo
capace di uccidere uccelli e piccoli mammiferi.
La cerbottana viene fabbricata con un tronco sottile di palma lunga 3 o 4 m
che viene svuotato dal midollo interno.
La base dell’economia amazzonica è dato da un’orticoltura primitiva senza sedi fisse.
La pianta di gran lunga più importante è la manioca, seguono le patate dolci,
la canna da zucchero, legumi vari, banane, zucche, mais, tabacco.
Nel villaggio non manca mai la casa delle cerimonie, riservata agli uomini,
che custodisce le misteriose maschere di paglia indossate nelle danze.
Il rispetto dell'estetica tribale impone buchi e trafitture.
In genere vengono usate spine di palma, ma per i buchi più spessi,
quali quelli che attraversano il labbro, si ricorre al durissimo legno di bacabo.
Per le bambine tale consuetudine rappresenta una prova di coraggio
e serve a formarne il carattere.
Nei fori sono infilati bastoncini e penne di tucano o di pappagallo.
Le pitture del corpo, spesso a strisce verticali, sono molto diffuse,
le cicatrici ornamentali si limitano a due circoli, uno sotto ciascun occhio.
Questi vengono prodotti sui volti dei giovani di entrambi i sessi,
durante i riti della pubertà, dal medico-stregone, con l’orlo della sua pipa di terracotta.
Gli Indios della foresta credono nella trasmigrazione delle anime.



LEGGENDE e DETTI

Noi chiamiamo la natura urihi - la nostra terra, la nostra foresta-
fu il cielo a cadere sulla terra e fu l'inizio. ..
Noi yanomamo raccontiamo le nostre storie.
Noi non abbiamo mai scritto parole su carta come voi nabas.
Tanto tempo fa il sole e la luna vivevano sulla terra.
Un giorno essi si svegliarono così tanto assetati che decisero di andare
dai loro vicini uccelli selvaggi poiché essi conservavano l’acqua
in grandi e pesanti recipienti.
Ma quando il sole e la luna arrivarono gli fu proibito di bere.
Essendo un disobbediente, il sole prese uno dei recipienti
e vi poggiò la bocca per spegnere la sua arsura.
Ma ecco che accadde il disastro!
Il recipiente gli sfuggi dalle mani:
cadde, si ruppe e tutta l’acqua andò persa.
Gli uccelli inferociti corsero dietro al sole e alla luna che fuggirono via terrorizzate.
Il sole e la luna trovarono rifugio e si nascosero in una casa in mezzo alla foresta,
ma non servì perché furono presto scoperti.
Allora accadde il peggio! Il sole dalla rabbia di essere stato scoperto divenne rovente.
Gli uccelli, non potendo più stare in piedi dal gran caldo,
cominciarono a sbattere violentemente le ali.
Crearono un forte vento che scagliò il Sole e la Luna nel cielo.
Nessuno più poté far tornare da lassù il sole e la luna».

L'uomo bianco è come il rematore di testa di una grande canoa con molti rematori.
Il vento lo colpisce e sente freddo, allora fa a pezzi la canoa e la brucia.
Per poco lui si scalderà, ma alla fine andranno tutti a fondo.
(Ailton Krenak, degli indios Krenak)

Se pensiamo che il nostro obiettivo qui, in questo nostro rapido passaggio sulla terra,
sia di accumulare ricchezze allora non abbiamo niente da imparare dagli Indios.
Ma se crediamo che l'ideale sia l'equilibrio dell'uomo all'interno della sua famiglia
e della sua comunità allora gli Indios hanno lezioni straordinarie da darci.
(Orlando Villas Boas)

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