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CONDIZIONE DELLA DONNA NEL TEMPO

La donna ha subito nei secoli discriminazioni di vario tipo
che ne hanno rallentato l’emancipazione
anche se nelle prime culture
l’organizzazione del gruppo sociale
si fondava in genere sull’istituto matriarcale
in quanto era la donna che assicurava la discendenza.
Per cui i figli appartenevano al gruppo familiare
della madre che possedeva i campi coltivati
ed aveva un’abitazione propria.

Erano gli uomini, quando si sposavano,
a trasferirsi nella capanna della moglie
e, se si comportavano male, potevano
essere ripudiati e rinviati al villaggio di provenienza
senza nessun diritto sui beni della moglie.
(Questo si che è progresso).

Con l’evolversi (?)delle culture e con le prime forme di artigianato
cominciò la parabola discendente della condizione della donna
a vantaggio di quella maschile.

Ma non tutte le culture si sono comportate alla stessa maniera…..



Nella società cretese infatti,
la donna aveva una posizione straordinariamente importante,
molto più importante che nelle altre società antiche;
era considerata alla pari degli
uomini, godeva di una certa libertà,
era libera di uscire quando voleva
e di lavorare «alla pari» con gli uomini.
Lavorava con gli uomini
nei campi o nelle fabbriche di ceramica,
guidava con le redini il carro tirato dai buoi,
girava liberamente nella città e poteva conversare in pubblico;
assisteva agli spettacoli sportivi e teatrali,
praticava la caccia e diversi sport
(perfino il pugilato e la…corrida)
e vestiva con ricercatezza ed eleganza.



Nella società ebraica anticainvece, la donna era considerata inferiore
anche sul piano materiale:
non mangiava alla stessa tavola degli uomini
ma anzi, li serviva;
nelle cerimonie religiose non sedeva col marito
ma in una balconata apposita.
Si sposava molto presto, fra i dodici e i tredici anni
e diveniva proprietà del marito che praticamente l’aveva comprata
e al quale doveva obbedienza assoluta.
Se la donna era sterile, poteva essere ripudiata
oppure affiancata da altre mogli.
Se una donna tradiva il marito, non solo era condannata a morte,
ma la sentenza era eseguita in modo atroce,
con la lapidazione, cioè con l’uccisione mediante il lancio di pietre.



Nella società egiziala donna era considerata pari all’uomo.
Si sposava molto giovane, spesso con un uomo più anziano di lei.
Solitamente il matrimonio era combinato dai genitori.
I due sposi potevano essere consanguinei e appartenevano
sempre allo stesso ceto sociale.

Ma, cosa facevano le donne in Egitto?
La donna egizia era considerata "la signora della casa"
se si trattava di una donna del popolo,
si occupava della macinatura dei cereali
e della preparazione della birra, della filatura
e della tessitura del lino;
se apparteneva alla nobiltà, invece, sovrintendeva al lavoro delle ancelle.
Condivideva con il marito la vita sociale e disponeva di un patrimonio
che portava in dote allo sposo, ma che un contratto le restituiva
in parte, in caso di vedovanza.

Tante sono le donne che assunsero incarichi importanti in Egitto:
Hatshepsut, matrigna di Thumosi III che assunse funzioni di reggente,
Nefertari "grande sposa reale" di Ramesse,
Nefertiti moglie di di Akhenaten,
Teie moglie di Amenhotep III che partecipò attivamente
alla politica estera e si preoccupò dei problemi del Paese,
per citare le più celebri.


Nel mondo greco invece, come dice Omero,
il compito principale della donna era di essere sposa;
perciò tutta la sua educazione era incentrata su questa preparazione.
Essa dalla famiglia d’origine passava in quella dello sposo
dove aveva il dovere di accudire e custodire la casa
e i beni in essacontenuti,
guidare il lavoro delle schiave, tessere ed allattare i figli.

Ad Atene, rinchiusa nel gineceo,
fu quasi sempre relegata al suo ruolo di riproduttrice e di massaia.
Era estremamente raro vedere una “signora” per le vie cittadine
(tra l’altro estremamente strette) o all’agorà (la piazza dove
si teneva il mercato).
Quando ciò accadeva, vi era sempre uno schiavo al seguito.
In genere si trattava di una visita ad un’amica.
Diversamente, era ritenuto sconveniente
perfino indugiarsi sull’uscio di casa.
Per prendere aria (le finestre erano rare e strette) vi era il cortile.
Alcuni poeti la definirono addirittura “una macchia della società”
Diverse erano le cose a Sparta dove, per dirla come gli stranieri,
c'era una totale mancanza di regole sul comportamento femminile.
A Sparta le donne godevano di una libertà immensa;
le fanciulle alle quali era ignota ogni forma di segregazione,
facevano ginnastica insieme agli uomini e (scandalo per gli Ateniesi!)
spogliandosi di fronte ai medesimi!
In effetti, le donne spartane erano libere di dedicarsi al canto,
alla danza e agli esercizi ginnici, cui erano addestrate sin dall'infanzia,
perché così, pensavano gli spartani, esse avrebbero
dato figli robusti alla patria.



Se per i latini la donna doveva essere lanifica et domiseda,
cioè seduta in casa a filare la lana,
per gli Etruschi poteva partecipare persino ai banchetti conviviali,
sdraiata sulla stessa kline (letto) del suo uomo,
o assistere ai giochi sportivi ed agli spettacoli,
poteva vestire in modo spregiudicato, era istruita.
Questo era scandaloso per i Romani che non esitarono a bollare
questa eguaglianza come indice di licenziosità e scarsa moralità
da parte delle donne etrusche; addirittura
dire “etrusca” era sinonimo di “prostituta”.



I Romani, a differenza dei Greci, che erano sempre in giro a
chiacchierare per le botteghe,
sentirono profondamente l’attrattiva della vita domestica.
La moglie appare in ogni età compagna dell’uomo,
gli sta vicina nei ricevimenti e nei banchetti
anche se sta seduta e non sdraiata (cosa che a un greco
sarebbe sembrata addirittura scandalosa),
divide con lui l’autorità sui figli e sui servi
ed è la sua devota confidente anche nelle più delicate situazioni.
Questa libertà di vita non toglieva alle donne austerità e riservatezza,
specialmente nell’età repubblicana.
Nell’età infantile, bambini e bambine crescevano giocando insieme
e insieme andavano a scuola dove imparavano a leggere, scrivere,
fare i conti e stenografare.
Terminati i primi studi, le fanciulle di buona famiglia continuavano
ad istruirsi privatamente: studiavano la letteratura greca e latina,
imparavano a suonare la cetra, a cantare e a danzare.
Questa complessa educazione intellettuale non distoglieva,
però, la donna dall’occuparsi dei lavori femminili.
Sorvegliava e guidava le schiave eseguendo essa stessa i lavori più fini,
i ricami ad esempio, per i quali la donna romana
sembra avesse grande amore.
Era sicuramente più fortunata della donna greca dell’età classica,
la quale sposandosi passava dallo star chiusa nella casa del padre
allo star chiusa in quella del marito.
Nessuno, infatti, costringeva le matrone romane
a un regime di clausura:
godevano della fiducia dei propri mariti, uscivano, si scambiavano visite,
andavano in giro per negozi a far spese.
La sera accompagnavano il marito al banchetto e rincasavano tardi.

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